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Versioni non sessuali dell'incesto

Il trattamento dell'anoressia-bulimia, che come noto coinvolge prevalentemente pazienti di sesso femminile, mi ha portato molte volte a sentirmi riferire di eventi incestuosi accaduti nell'ambito familiare; quando ho chiesto di descrivermi meglio la situazione, l'evento specifico e le modalità, mi sono sentito riferire una quantità tale di perversioni da fare impallidire il marchese De Sade. Chi conosce la storia della psicoanalisi sa che la stessa situazione si presentò anche con le prime pazienti viennesi di Frued, il quale dopo essersi a lungo interrogato e confrontato con il collega Fliess, giunse alla conclusione che queste probabilmente mentivano; mentivano in buona fede, pensò Freud, imboccando così la strada del "falso ricordo" ed abbandonando la precedente "teoria della seduzione", quando comprese che questi ricordi di scene incestuose dovevano essere delle fantasie delle pazienti, non accadute realmente ma delle quali tuttavia le pazienti erano convinte. Tali convinzioni, incomprensibili a livello razionale, avevano la loro ragion d'essere in quanto produzioni dell'inconscio: proiezioni cioè di desideri sessuali rimossi; tutto quindi era in linea con le prime teorie freudiane sulla sessualità inconscia. Possiamo schematizzare così la questione: le giovani pazienti avevano rimosso un fortissimo desiderio sessuale incestuoso verso il padre (o un parente), e questo desiderio ritornava dall'inconscio sotto forma di fantasie di seduzione subite, ma ritornava ripulito però da qualsiasi implicazione personale, se ne facevano cioè "portatrici sane" attribuendo la colpa all'altro paterno (o parentale) anziché a sé stesse. In ultima analisi l'idea di avere subito un abuso sessuale incestuoso, se da un lato era inventata in quanto mai avvenuta, dall'altro andava però a soddisfare il desiderio rimosso della paziente. La questione si sarebbe potuta concludere qui.
Ma fu Freud stesso che molti anni dopo riprese in esame la questione e facendo autocritica osservò che c'era qualcosa in quei racconti che non era sotto il segno della pura fantasia di seduzione, che non era solo invenzione, ma che doveva avere qualche aggancio con la realtà. Esclusi i casi di incesti realmente perpetrati, che fanno categoria a sé, ecco aprirsi dunque uno scenario vastissimo di situazioni senza dubbio incestuose, e senza dubbio reali, che pure non superano la soglia della penetrazione, dell'atto completo, ma rimangono al di qua della soglia dell'orrore. Siamo davanti a quelle che io ho chiamato le versioni non sessuali dell'incesto. E già devo fare autocritica perché in realtà spesso si tratta di versioni molto sessuali, perché in gioco c'è la sessualità sia della bambina (che si sta ancora formando, che ancora non ha gli strumenti necessari per comprendere e metabolizzare il significato già pre-sessuale di questi eventi) sia quella dell'adulto (che non comprende di non poter applicare i suoi parametri, già maturi, alla figlia). Così anche solo una carezza, la visione reciproca della nudità, fare il bagno assieme o lavare il corpo della bambina, che sono tutte cose ordinarie, quotidiane, che tutti i genitori fanno, e che non farebbero mai pensare a qualcosa di morboso, sono però azioni che coinvolgono la sessualità, che la attivano, la circoscrivono, la orientano, ed è già a partire da questi gesti innocenti che dobbiamo chiederci: ma come li vive oggi una bambina? Cosa instaurano nell'inconscio della bambina? Perché anche solo una carezza può essere fatta in molti modi e per molti motivi. Ci sono carezze date per ricompensa e carezze date per eccesso di cura, per eccesso di protezione, come ci sono carezze date a partire da fantasmi materni (o paterni) che non accarezzano affatto il figlio, ma ciò che questo rappresenta nell'inconscio del genitore. Il figlio-sintomo, il figlio come sostituto di qualcun'altro, il figlio-partner, il figlio-amante, il figlio come capro espiatorio (ad esempio di un matrimonio fallito), il figlio-protesi, il figlio idealizzato che non deve avere difetti, e via dicendo, sono solo alcune delle categorie cliniche che la psicoanalisi ha riscontrato come cause di futuri sintomi del bambino. Pensate ad una madre che dopo due, tre, quattro aborti spontanei mette finalmente al mondo un figlio e lo cura come una reliquia, lo tratta come un oggetto di porcellana fragilissima. Ebbene le carezze che questa madre darà al figlio saranno veramente destinate a lui? o viceversa anche ai precedenti figli perduti? Possono sembrare delle sfumature di poco conto ma la clinica dimostra che questi sono dettagli che possono segnare in modo enorme la vita del bambino, perché l'inconscio del genitore crea, struttura quello del figlio (è ciò che Freud ha teorizzato con il complesso di Edipo). Come non sono rari i casi di madri abbandonate dal marito o rimaste vedove al momento del parto, che chiamano il bambino a colmare il vuoto del partner, e le carezze che gli riservano sono inconsciamente rivolte a qualcun altro. Che posto ha dunque il figlio nell'inconscio dei genitori? Nelle dinamiche della sua famiglia d'origine? Se mi si chiede cosa c'entra questo con l'abuso sessuale da cui sono partito, é presto detto: basta guardare l'etimologia della parola abuso: [ab - uso] uso - abnorme. [uso improprio, uso arbitrario]. Cioè attribuire al bambino dei ruoli (verso i genitori, i fratelli, i nonni, ma anche verso la propria identità sessuale) che sono abnormi, estranei rispetto a quelli che sarebbe lecito attendersi da lui a quella età; ruoli prematuri con valenze spesso erotizzate, ruoli che lo posizionano fuori contesto rispetto alla diade genitore-figlio. È il caso del figlio-partner, del figlio-sintomo, del figlio-Altro simbiotico della madre iper-protettiva e ingozzante dell'anoressica. Tutti casi cioè in cui il bambino non è trattato come tale, ma, mi ripeto, viene investito di valori e aspettative, o su cui vengono spostati sentimenti e rivalse, che non avrebbero ragion d'essere. Altro caso molto frequente di ab-uso è l'uso strumentale dei figli come "esche" nelle liti tra genitori in via di divorzio o di separazione, in cui il figlio diventa merce di scambio in sede legale o, peggio ancora, vera e propria esca per ad-escare, per far tornare il partner. Ci sono figli messi al mondo per far sentire in colpa il padre che non li vuole riconoscere, non sono affatto situazioni rare, ma al contrario sono casi all'ordine del giorno, diffusi in ogni ordine di classe sociale e culturale.
Ed anche qui, per non perdere di vista il tema centrale dell'argomentazione, in gioco non c'è solo la questione del "che cosa sono io per l'Altro?" cioè che posto mi hanno riservato i miei genitori, che ruolo sono chiamato ad occupare? c'è un posto vuoto per me?, mi viene offerta la possibilità di essere qualcosa di nuovo, di inedito, senza dover soddisfare l'aspettativa dell'Altro, senza trovarmi in una serie, in una ripetizione, senza cioè essere chiamato a ripetere ruoli altrui, o a colmare vuoti altrui? Ruoli e posti che Freud ci insegna diventeranno il "disegno natale" del bambino, posto che lo vincolerà nella vita adulta, che spesso lo costringerà inconsciamente a ripetere quel fantasma inconscio, quel ruolo che gli è stato assegnato a sua insaputa (e a cui comunque il soggetto non ha mai detto No). In gioco, quindi, non c'è solo questo primo enigma sul ruolo, ma c'è proprio la sua sessualità, che su queste basi si va costruendo, che da questi ruoli prenderà le mosse per il suo sviluppo precoce, pagando i numerosi vizi d'origine a cui è esposta. Vizi d'origine li chiamo, perché se il figlio è chiamato a ricoprire il ruolo di figlio-sostituto del partner materno, ecco che in gioco ci sarà tutta l'erotizzazione che riguardava quest'ultimo, che si va a riversare là dove non dovrebbe, cioè sul figlio, e che questo posto di amante/sostituto potrà segnare la vita sessuale adulta dell'attuale bambino. Il quale, seguendo in regime di ripetizione ciò che si è inscritto nel suo inconscio, da adulto potrebbe trovarsi sintomaticamente a poter trarre piacere solo in determinati ruoli e non in altri. Come è il caso di uomini che sono in grado di amare, sia emotivamente che carnalmente, solo se e quando si trovano nel ruolo di amante, di terzo di una triade, ma che crollano in modo perfino ridicolo se si trovano nella posizione di padre o di marito.
Ma ammetto di essere partito volutamente dagli esempi meno eclatanti, dagli esempi che sicuramente faranno storcere il naso ai tanti che sono increduli verso le teorie freudiane. È ora quindi di passare agli argomenti più evidenti e più clamorosi. Primo fra tutti, per diffusione ormai epidemica, la consuetudine di dormire nel letto del genitore oltre il tempo necessario, dormire ad esempio con l'unico genitore con cui si vive (se si hanno genitori divorziati) fino a 12, 14, 16, a volte 20 anni. Dormire con lui o lei cioè, ben oltre la soglia della maturità, quando ormai il corpo è totalmente sessuato, erotizzato, quando è ben chiaro cosa sia il piacere sessuale, quando è evidente che quella condivisione non ha più nessun senso logistico o educativo, ma risponde ad una logica tendenzialmente perversa, anche se poi magari in quel letto non accade nulla di erotico, ma il problema è a monte. La figlia/o continua a voler dormire lì, e il genitore anche, è mancata cioè la fase di separazione che dovrebbe segnare (ma oggi è in declino) il passaggio generazionale, uno svezzamento dei ruoli; c'è stata una imperdonabile confusione di ruoli. La figlia/o non ha avuto, e ciò che è peggio magari non ha mai nemmeno chiesto, un suo posto per l'eros, il suo letto, la sua intimità privata, proibita ai genitori, e lo stesso sul versante del genitore. L'Edipo di cui parlava Freud, e Sofocle molto prima di lui, cioè il desiderare sessualmente il genitore del sesso opposto, è in casi del genere non agito, ma rappresentato completamente, non ci sono proibizioni simboliche, c'è al contrario una perversione dei ruoli, una libertà senza distinzioni, e c'è soprattutto una totale assenza di spazio privato, di spazio chiuso in cui il figlio avrebbe il diritto di sviluppare la propria sessualità come distinta, come estranea a quella del genitore. Manca un NO, quì no, questo non si può, manca una proibizione dell'incesto, ed il fatto che pure non sia agito, che non accada materialmente, nulla toglie al fatto che sulla scacchiera i pezzi siano disposti esattamente nella posizione dell'incesto. Manca cioè, usando ancora il gergo scacchistico, un arrocco, un allontanamento, un nascondimento del Re, che si chiama fuori, che si fa proibito, che si sottrae al gioco perverso dell'incesto agito o rappresentato, ma c'è al contrario una posizione dei ruoli spalancata, senza difesa, senza argini. Poco importa a questo punto cosa accade, se c'è o meno l'atto, perché è "come se" fosse già avvenuto. Me lo confermano le parole di alcune pazienti che parlano del padre con gli stessi termini usati per i mariti, i fidanzati, gli amanti, o spesso con toni anche molto più sessualmente coloriti. Me lo confermano i sintomi che queste pazienti portano, dove il rifiuto anoressico o l'abbuffata bulimica sono a volte modalità utilizzate per reagire molto in ritardo a situazioni incestuose, a ruoli che ab-usano, ed ecco che il No anoressico, il rifiuto universale dell'anoressica può avere alle sue spalle un no prima che al cibo, al convivio sessuale; come dietro all'abbuffata bulimica o all'obesità può esserci l'errore logico di tentare di colmare con il cibo, con l'eccesso di cibo, con una quantità infinita di oggetto-cibo, un vuoto straripante d'amore che non c'è stato perché al suo posto si è instaurato il contatto tra pari, tra amanti, complici con il genitore; e a quel punto si crede all'illusione che il cibo o il grasso corporeo possano essere oggetti separatori, oggetti in grado di separare dall'Altro perverso, dall'altro che non ha lasciato un proprio spazio. Oppure perché quel fagocitare cibo, quell'allargare il corpo fino a renderlo esteticamente sgradevole può offrire il vantaggio di rendere il corpo non desiderabile sessualmente, orrendo anche agli occhi del genitore incestuoso.

Un discorso analogo si può fare, procedendo in un crescendo di gravità di eventi che prendo a prestito dalla clinica, parlando dei "controlli sul corpo" che alcuni padri fanno sui corpi delle figlie, in particolare "controlli sull'integrità dell'imene", che ancora oggi alcuni padri praticano sulle figlie giovanissime. Padri che si improvvisano ginecologi "della domenica" e che vogliono verificare l'integrità, la purezza del corpo della figlia. Non so se riuscite ad avere idea di quali disastri possono provocare nella psiche delle figlie. Purtroppo spesso questi genitori sono psicotici o perversi, ed espongono le figlie al rischio di un destino analogo, perché si tratta di atti che la bambina non ha ancora gli strumenti per collocare nella propria economia psichica, che non sono in linea con la sua evoluzione pulsionale. L'altro genitoriale in casi del genere è facile che diventi, agli occhi della bambina, un altro persecutorio, e questo ci porta nel campo della paranoia o della schizofrenia che investe il corpo.
Ma anche senza arrivare al livello ultimo dei controlli agiti sul corpo, bisogna notare che anche l'educazione sessuale offerta da alcuni genitori ai propri figli mostra un vizio d'origine simile nel momento in cui diventa un'imposizione di dogmi (giustificati magari da una particolare fede religiosa), di dogmi che in ultima analisi proibiscono tutto, che non lasciano alcuna possibilità di trarre piacere dalla sessualità, che riducono il corpo ad un oggetto sporco, vizioso, maligno. Anche qui, sebbene in modo indiretto, si instaura, se il figlio/a non assume una posizione indipendente, una vera e propria automutilazione del corpo, una sua impossibilità d'uso, fino al rischio estremo di diventare, il corpo stesso, che invece vive e desidera, persecutorio rispetto al dogma fanatico della morale imposta dai genitori. E allora ecco che mortificare il corpo, renderlo letteralmente "morto", trasformarlo cioè in un corpo che non può più desiderare, che non può far sentire il peso del desiderio sessuale, può essere una strategia sintomatica per adattare il corpo vizioso al dogma della morale ferrea imposta, una strategia autodistruttiva per cancellare l'emergere doloroso del desiderio, un tentativo, destinato a fallire, di rendere il corpo vizioso un corpo che vive di "puro spirito". È noto che il corpo dell'anoressica è un corpo asessuato, senza mestruazioni, senza appetiti né alimentari né sessuali. Anche qui si vede bene come ci sia un'operazione sul corpo per "mortificarlo", per rendere morti quei desideri, quegli appetiti che non sono compatibili con l'ideale dell'anoressica. E allora il corpo viene messo in secondo piano rispetto al progetto, all'idea soltanto mentale, dell'estetica da un lato o del rigore morale dall'altro.

Restando ancora nel campo dell'educazione sessuale, è bene evidenziare come oggi, dopo tanti decenni di imposizione sociale della morale clericale, dal sesso pontificio, in cui l'imperativo categorico era "non devi godere!", oggi dicevo, è ben dimostrabile come l'imperativo categorico contemporaneo è "devi godere! se non godi non hai valore sociale!". Sono, i nostri, tempi che incitano alla perversione, dove il godimento è eletto ad unica modalità relazionale accettata e valorizzata socialmente. E in questo contesto anche l'educazione sessuale, che sia del genitore o della scuola, è quindi, in fin dei conti, spesso perversa. Perversa perché tale educazione è appiattita a pura spiegazione tecnica: come si mette il preservativo, come si fanno i bambini e come no, come si evitano le malattie, l'aids, una lunga serie di come, ma del perché del soggetto non vi è più nessuna traccia. Per curiosità mi sono cercato gli opuscoli informativi dell'educazione sessuale ai bambini e quelli per la prevenzione dell'Aids. Un elenco di consigli tecnici che spiegavano come si gode, come si fa, ma nessun accenno al perché si gode? Cosa significa godere? Di che cosa di gode?

Ma tornando all'argomento centrale, è preziosa un'altra digressione nell'etimologia, questa volta della parola incesto: ovvero "Non - Casto". Non puro, in quanto non consentito dalla legge (della natura e degli uomini). Cioè proibito proprio da quella legge di cui in un nucleo familiare gli adulti (genitori per primi) dovrebbero farsi portatori e garanti.
Ma prendendo la parola incesto alla lettera, cioè così come è scritta, se mi è concessa una piccola licenza etimologica, possiamo anche dire che rimanda (nella nostra lingua italiana) a: In - cesto, cioè rimanere nel - cesto, non uscire dal - cesto, rimanere simbioticamente legati al genitore fondamentale, alla madre o al padre con cui si instaura il rapporto di complicità perversa, rimanere immobilizzati nel fare-uno con quel genitore, con il corpo-cesto della madre o con il corpo-padrone del padre, senza possibilità di separazione, senza possibilità di accedere ad una propria sessuazione, senza possibilità cioè di incontrare un Altro diverso da quel "marchio indelebile" che rimane il corpo-cesto genitoriale, luogo mitico e idealizzato, cantato e decantato da secoli di poeti, romanzieri, e naturalmente pazienti.
In - cesto, cioè come luogo chiuso, relazione duale circoscritta, dalla quale non si può uscire, che non offre alternative, che non è segnata cioè dalla proibizione, dalla separazione materiale, e che nella sua declinazione peggiore può fare della bambina addirittura una figlia completamente desessulizzata, dove il legame simbiotico di dipendenza con il corpo-cesto del genitore impedisce l'emergere della pulsione, del desiderio di un legame con qualcun Altro. È in fondo la situazione che Lacan ha teorizzato come "ravage materno", la devastazione della madre sul corpo della figlia, ma che io credo sia necessario estendere anche al padre: concepire un ravege paterno, dove il corpo-cesto magari è quello della figlia. Ancora dall'esperienza clinica prendo a prestito qualche esempio per mostrare come una madre può tentare di controllare o addirittura di evitare, di cancellare del tutto la femminilità dal corpo della figlia/o, ad esempio imponendo un certo taglio di capelli o l'uso di determinati vestiti, che risultano visibilmente in contraddizione con il sesso biologico della bambina/o. Bambine continuamente tosate a zero anche contro la loro volontà, vestite da maschietto, rimproverate se colte a giocare con i tipici giocattoli femminili (bambole, ecc), e indirizzate verso scelte di studi ed hobby prettamente maschili. Un caso simile espone il processo di sessuazione della bambina ad una confusione prima e ad una difficoltà di identificarsi nel ruolo femminile poi, con la conseguenza che tale ruolo può essere vissuto come impossibile, e può quindi essere evitato nella vita adulta. Vedete dunque quante possibili declinazioni, quante situazioni e quanti possibili effetti sui figli.

Anche la letteratura ci conferma la diffusione di questi fenomeni: biblioteche interi di romanzi che narrano di incesti realmente accaduti: dal caso paradigmatico di Edipo, al caso più recente di Anais Nin che riporta nel suo famoso diario e nel libro intitolato proprio "Incesto" i rendez-vous carnali con il padre prima, e la ricerca ripetuta per tutta la vita di sostituti paterni poi, che le permettessero di ricreare simbolicamente lo stesso scenario.
Ma la letteratura è anche stracolma di incesti non sessuali: ricorderete il romanzo di Lara Cardella "Volevi i pantaloni" e le carezze e le masturbazioni perpetrate se non ricordo male da uno zio, ma la stessa Fabiola De Clercq riporta situazioni analoghe, come pure il famoso Sacher-Masoch da cui deriva la parola masoch-ismo, raccontava nei suoi romanzi autobiografici le sevizie a cui era stato esposto nella prima infanzia da parte di una zia (la famosa "Venere in pelliccia" che diede poi il titolo al suo romanzo più conosciuto).

Nelle ricerche bibliografiche che ho fatto sull'incesto ho trovato poi questa curiosa notizia: presso gli Arapesh (una tribù della Nuova Guinea) lo stesso termine "incesto" indica il divieto di consumare sia le donne della propria famiglia, sia i prodotti del proprio lavoro, il che ha permesso la costituzione di una società fondata sullo scambio tanto di beni quanto di donne. Questo, oltre a confermare le teorie antropologiche di Levi Strass, mi ha fornito lo spunto per azzardare una lettura analitica. Proibizione dell'in-cesto come proibizione di ciò che è "proprio" al fine di permettere lo scambio con l'Altro, al fine di aprire una necessità dell'Altro, di attribuire all'Altro uno statuto di necessità. L'Altro serve, socialmente e soggettivamente, e una buona società si fonda su questo principio: dover ricorrere all'Altro, non poterne fare a meno. Oggi invece, tornando a noi, la società occidentale ha virato, cioè si illude di potersi permettere il lusso di virare nella direzione opposta, cioè verso l'illusione che l'Altro sia accessorio, non necessario, che si possa vivere senza l'Altro.

È qui importante sottolineare come spesso il legame simbiotico con il genitore sia vissuto e raccontato da un bambino come un rapporto non con un altro, ma con un'estensione di sé, con un contenitore più grande, una specie di penisola che però non è separata, e lo stesso lo ho ritrovato nelle parole di molti genitori che all'opposto descrivono il figlio come una propria estensione, un'appendice e non come un'entità separata, non come un altro differente da sé. È evidente quindi l'idea di fare-uno, uno-solo, che segna il rapporto genitori-figli, il che ci spiega il successo crescente dell'interesse verso l'idea della clonazione, che persegue scientificamente l'idea di riprodurre sé stessi, il che non soddisfa solo il mito dell'immortalità, ma anche quello di un mondo popolato solo da copie di sé, e quindi di un mondo senza l'Altro-diverso, senza l'estraneo, di un mondo dove tutti fanno-uno, senza essere esposti all'incontro con l'Altro. Siamo davanti all'Altro grande (A maiuscolo) degradato da Lacan ad altro piccolo (a minuscolo). Cioè ad una società dove le regole di convivenza (la proibizione dell'incesto prima tra tutte) può per certi versi venir meno perché la sua ragion d'essere stava proprio nell'attribuire all'Altro un primato che non ha più, che socialmente gli è oggi diffusamente negato.

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