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dei testi on-line
I
due Mosè: la barratura sull'origine.
Elementi per una teologia freudiana
La teoria della
vera civiltà consiste nella diminuzione delle tracce del
peccato originale.
(C. Baudelaire, "Il mio cuore messo a nudo" XXXII)
Chi legge "L'uomo
Mosè e la religione monoteistica: tre saggi", l'ultimo
grande saggio di Freud, il più complesso, quello che ha richiesto
la gestazione più lunga e travagliata, tra le paure della
persecuzione nazista e delle critiche del suo stesso popolo ebraico,
già martoriato dagli eventi storici del periodo; ebbene chi
legge quel testo, probabilmente fatica non poco a ritrovare il Freud
degli scritti di divulgazione del metodo psicoanalitico, il Freud
breve, coinciso, immediato della speculazione teorica. È
un testo che per molti versi si può accostare nella forma
ad "Al di là del principio di piacere", presentandosi
in maniera assolutamente diversa rispetto al resto della produzione
freudiana. Ed è ancor più difficile, specialmente
ad una prima lettura, resistere alla tentazione di pensare che l'argomento
esuli dalla speculazione analitica. Non è mia intenzione
riprendere nel dettaglio i passaggi logici e storici con cui Freud
ricostruisce una ipotesi storica differente da quella collettivamente
nota del Mosè-padre della religione ebraica, perché
questo sì, esulerebbe dalla trattazione in corso, ma mi limiterò
a schematizzarne i contenuti salienti, per poi soffermarmi sul loro
significato clinico, analitico, che spesso rimane nascosto dietro
la complessità della parte storica del testo. L'ipotesi che
sostiene tutto il lavoro è che Mosè non sia uno, che
il padre della religione ebraica, del monoteismo, sia piuttosto
"due". Due differenti Mosè, due differenti personaggi
che il tramandarsi della mitologia di un popolo ha unito in un'unica
immagine. Ci sarebbe un primo Mosè egizio, un legislatore
razionale e deciso, che sostiene una specie di monoteismo cosmologico
per il quale tutto l'universo ruoterebbe attorno alla divinità
del sole; è il Mosè-Eknaton, difensore della ragione
del monoteismo contro il politeismo, la moltiplicazioni delle religioni
e degli dèi così diffusa in Egitto, più per
convenienza politica che per convinzione. Poi c'è il secondo
Mosè, quello madianita, del Sinai, cui Dio consegnò
le tavole della legge, come vuole la tradizione. La tesi di Freud,
indipendentemente dalla sua non dimostrabile veridicità storica,
è che il Mosè egizio sia stato ucciso dal suo popolo,
e che tale uccisione sia a fondamento dapprima della religione ebraica
e in un secondo tempo della stessa passione di Cristo come sacrificio
estremo - sacrificio del figlio - per il debito contratto con il
padre originario. Ecco che dietro la complessità della ricostruzione
storica sul Mosè, si evidenzia in modo perfino troppo semplice
la logica del padre ucciso dai figli proposta in "Totem e tabù",
la logica dell'instaurarsi della legge a partire dall'idealizzazione
conseguente il senso di colpa per l'uccisione del padre. Se il testo
del 1912 era una ipotesi che non si appoggiava su nessun dato storico
concreto, il "Mosè" reperisce invece il dramma
primordiale che avrebbe generato il Dio Padre del monoteismo. E
qui il testo del 1938 offre la sua paradossale conclusione: che
Dio, il Padre dei padri, si genera dalla morte stessa di Dio (del
Padre dell'idea del monoteismo), il Mosè egizio. Qual è
dunque la conclusione clinica che si può trarre dal testo
? Che Freud rintraccia anche nella storia delle civiltà e
delle religioni i meccanismi ipotizzati dalla psicoanalisi, la rimozione
primo fra tutti:
"
due fondazioni religiose. La prima rimossa dalla seconda
e tuttavia poi riapparsa vittoriosamente alle sue spalle
"
Si ripropongono nella storia le dinamiche del ritorno del rimosso,
ma proprio dalla sua applicazione alla storia, emerge l'irreperibilità
ultima del rimosso, l'impossibilità di ritrovare un'origine
unica; si assiste ad una dispersione nella memoria delle diramazioni
dell'albero genealogico tanto dell'individuo quanto di un popolo.
È ciò che sul versante clinico emerge in "Analisi
terminabile e interminabile". In questa accezione la religione
mostra il vizio d'origine comune con la psicologia individuale:
la barratura posta sull'origine, sulla possibilità di reperire
un'origine stabile, visto che anche il Padre per eccellenza, Dio,
deve la sua natura all'idea di una perdita iniziale, una perdita
originaria. Si svela la sovrapponibilità tra la perdita della
Cosa proposta da Freud per la psicologia individuale e la perdita
originaria dell'uccisione del padre rilevata dell'indagine storica.
La questione ora si sposta sull'enigma che ne deriva: cosa fare
di questa perdita originaria ? Come trattarla ? Come convivere con
l'assenza del supporto dell'ideale, del sostegno narcisistico, ed
ancor più con la consapevolezza che nessun sacrificio pulsionale
(contrariamente a quanto propone l'ideale religioso della vita ultraterrena)
possa risarcire la perdita iniziale, possa sanare il debito della
colpa collettiva ?
La religione risponde al problema con una "Entstellung",
una deformazione, come osserva Freud, un mutamento della forma che
è anche un "portare in un altro luogo, spostare altrove"
, che porta Freud a trattare i testi sacri come fossero materiale
d'analisi, sottoponendoli all'interpretazione del loro contenuto
latente, in una sorta di "esegesi analitica". E questa
interpretazione porta Freud a richiamare alla coscienza la memoria
cancellata, rimossa della "storia primordiale della famiglia
umana" "Ora il lettore è invitato a fare un altro
passo, ossia a supporre che nella vita del genere umano sia accaduto
qualcosa di simile a ciò che accade in quella dell'individuo."
"Un crescente senso di colpa s'impadronì del popolo
ebraico, e forse dell'intero mondo civile di allora, precorrendo
il ritorno del materiale rimosso. Da ultimo un uomo venuto da questo
popolo ebraico, prendendo a giustificare un agitatore politico-religioso,
fornì l'occasione che provocò il distacco di una nuova
religione, quella cristiana, dall'ebraismo. Paolo ricuperò
questo senso di colpa riconducendolo correttamente alla sua prima
fonte storica. Chiamò questa il peccato originale; si trattava
di un delitto contro Dio, che solo con la morte poteva essere espiato
[
] Un figlio di Dio si era fatto uccidere innocente e così
facendo aveva preso su di sé la colpa di tutti. Doveva trattarsi
di un figlio, essendo stata compiuta l'uccisione del padre"
È così che Freud pensa la nascita del Cristianesimo
ed il fantasma collettivo della redenzione. "Il redentore non
poteva essere altri che il primo colpevole"
Freud considera in tal senso che "scaturito da una religione
del Padre, il cristianesimo divenne una religione del figlio"
e che "Paolo, il continuatore del giudaismo, fu anche il suo
distruttore. Il successo della sua predicazione fu certo dovuto
innanzitutto al fatto che mediante l'idea della redenzione egli
scongiurò il senso di colpa dell'umanità." Una
volta presa in esame l'ipotesi storica di Freud circa l'origine
ed il valore contenutistico del Cristianesimo, risulta complesso
comunque comprendere la sua posizione finale nei suoi confronti.
Da un lato si avvicina al Nietzsche de "L'Anticristo"
seppure con toni profondamente diversi, più ragionevolmente
pacati, quando vede nella religione solo una nevrosi collettiva
e nel Cristianesimo un'alchimia per dispensare dal senso di colpa
collettivo; dall'altro, e per le stesse ragioni, ne riconosce però
il valore: "Anche se si sapesse e si potesse dimostrare che
la religione non è in possesso della verità, occorrerebbe
tacere [
] nell'interesse della preservazione di tutti. Li
si vuole privare di questo loro sostegno e non si ha niente di meglio
da offrire loro in cambio." La diatriba interiore tra le due
posizioni è ammessa ed anzi manifestata da Freud quando si
inventa un immaginario oppositore che ribatte alle sue tesi, ma
a cui lui stesso da voce e idee in "L'avvenire di un illusione";
ed il contendere tra tesi ed antitesi finisce per convergere su
una sintesi comunemente accettata circa la necessità di un
"progresso della spiritualità" che Freud ammettere
andare maggiormente nella direzione presa dalla posizione Cristiana
circa l'assunzione dell'uccisione del padre rispetto alla negazione
della cultura ebraica, ma che richiede il passo ulteriore della
rinuncia al passaggio per la strettoia di comodo dell'assunzione
della colpa attraverso l'uccisione del capro espiatorio Gesù-figlio
del padre. Più semplicemente, citando Freud, se la posizione
Cristiana è condensabile nell'enunciato: "Noi ammettiamo
di aver ucciso Dio e siamo lavati di questa colpa" , espressione
perfetta della "confessione" propria del Cristianesimo,
Freud esprime però il dubbio che questa consapevolezza sia
rimasta cosciente nei secoli, osservando piuttosto la non consapevolezza
della colpa iniziale, la sua rimozione, che la simbologia Cristiana
della crocifissione del figlio richiama alla memoria. Ed è
qui che Freud propone la sua "teologia", se mi si consente
il termine indubbiamente ingombrante; scrive:
"Dopo tutta questa discussione non ho alcuno scrupolo a dichiarare
che gli uomini hanno sempre saputo di aver avuto un padre primigenio
e di averlo ucciso"
Così il Mosè di Freud non può essere considerato
solo come un romanzo storico: l'opera aspira a verità lontane
che suonano come l'eco finale del complesso edipico, rivisitato
alla luce della pulsione di morte. Mi commuove pensare che Freud,
mentre fuggiva come un colpevole da Vienna per sottrarsi alle discriminazioni
razziali, per raggiungere la terra promessa di Londra, dove verrà
accolto come un eroe, abbia potuto pensare ad una beffarda sovrapposizione
della sua vicenda con quella di Edipo al santuario di Colono o di
Mosè in fuga dall'Egitto. Come osserva Landman "avanzeremo
l'ipotesi che il Mosè si possa ravvisare come un'illustrazione
dell'effetto della pulsione di morte: al crepuscolo della sua vita,
Freud rimette in discussione la sua origine"
La teologia di Freud è dunque una teologia in perdita, che
tratta quella perdita originaria che la religione nasconde, quel
crimine collettivo, assumendolo consapevolmente. Se Baudeaire annotava
nei suoi taccuini che "La civiltà consiste nella diminuzione
delle tracce del peccato originale" , in una sublimazione collettiva
del senso di colpa per il parricidio originario che si cela dietro
la mitologia biblica del peccato originale, ecco che Freud parte
dallo stesso presupposto nella sua critica, che vuole essere costruttiva,
alla civiltà, e propone la soggettiva ri-assunzione del peccato
collettivo, superando in questo anche la posizione cristiana, che
aveva tentato di far cadere in prescrizione il crimine originario,
attraverso il sacrificio di un unico redentore con una funzione
di capro espiatorio collettivo, secondo l'analisi di Curzio Malaparte
ne "Il cristo proibito".
Questo spostamento extra-storico del senso di colpa, che colloca
quest'ultimo al di fuori della storia soggettiva e di una possibile
reperibilità familiare, genealogica, fa del senso di colpa
un concetto originario, fondativo, offrendo un'immagine finale della
psicoanalisi come un metodo d'indagine che trascende qualsiasi genealogia,
dal momento che l'origine, qualsiasi punto d'origine, perde la sua
unità, perde la sua identità, e si offre, come il
Mosè, scisso, molteplice, ambivalente.
Come osserva Massimo Cacciari leggendo il testo di Freud: "La
perdita dell'origine propria, si trasforma alla fine nella perdita
del senso stesso, della dicibilità della Meta" Ed il
non poter dire la meta, l'incespicare della parola sul suo senso
ultimo, svela quindi la connessione tra la perdita dell'origine
e l'essere sempre "altrove" di ogni possibile meta, l'irraggiungibilità
di ogni meta che presuppone il ritorno ad un'origine irreperibile.
Perfino la ciclicità dell'eterno ritorno collassa nell'assenza
di un punto di partenza, d'origine. "Appartenere è possibile
soltanto a ciò che è perduto [
] Non si appartiene
che ad una traccia che svanisce, a un'assenza, a una perdita [
].Si
appartiene solo alla voce che viene meno, al luogo che scompare"
La teologia freudiana si evidenzia come la conseguenza nel campo
dell'indagine religiosa de "L'Un-heimlisches", del Perturbante
(il testo che anticipa "Al di là del principio di piacere"),
cioè dello spaesamento dove ogni origine è perduta,
il passato si cancella man mano che si procede, evidenziando la
fallacità perfino della nostalgia in quanto impossibile appello
ad un origine costituzionalmente perduta, assente. Se, come scrive
Hegel, con il cristianesimo si completa la distruzione degli Dei,
in quanto l'uomo sopravvive alla morte di Dio, da lui stesso assunta,
con Freud questa posizione è spinta ancora oltre, ed anche
l'identità primordiale degli Dei, e la loro origine parentale,
paterna, è mostrata come scissa, come non riconducibile ad
una sola verità. Anche la ricerca di una verità ultima
è disorientata, come se il bersaglio avesse diversi centri,
non sovrapponibili, ed ogni centro fosse comunque, sempre "altrove".
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