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all'elenco dei testi on-line Anoressia
e Bulimia nella storia Evoluzione
dei disturbi del comportamento alimentare Le
culture umane nel corso dei secoli hanno valorizzato varie tipologie corporee
a seconda del contesto storico e culturale imperante. Da una disamina di dati
transculturali e storici si possono enucleare più fattori aventi parte
nel processo di valorizzazione corporea, il primo fattore è collegato con
il patrimonio genetico e le funzioni fisiche legate alla sopravvivenza; oggi spesso
non si pensa all'importanza del grasso nelle donne come sostegno per la gravidanza
e l'allattamento e negli uomini per lo svolgimento di lavori pesanti, per la difesa
dai probabili aggressori. Un secondo fattore è di ordine economico
e sulla scorta di tale aspetto si può assumere che nella maggioranza delle
culture umane la grassezza è stata preferita alla magrezza sia nelle donne
che negli uomini li dove le provviste di cibo erano carenti. La spiegazione
apportata a tale assunto si fonda sulle leggi del determinismo economico: nelle
società in cui le risorse e le ricchezze sono limitate, il corpo grasso
è oggetto di ammirazione in quanto simbolo di ricchezza e di scorte abbondanti,
la grassezza viene piuttosto incentivata, vista come punto di arrivo nello status
socio-economico, come testimoniano arcaici rituali diffusi nell'Africa centrale
e orientale, "le cerimonie di ingrasso"o "le capanne per l'ingrasso"in
cui le ragazze neo-puberi vengono intenzionalmente supernutrite e presentate alla
comunità tribale. La spiegazione economica presa a se stante è
tuttavia semplicistica, giacchè la magrezza fu ritenuta desiderabile anche
durante la piccola glaciazione europea nel tardo Medioevo o fra i Garage etiopici,
tormentati da angosce collettive relative alla scarsità di cibo; infatti
il corpo magro, i lineamenti sottili hanno spesso assunto una valenza culturale,
come sinonimo di bellezza, eleganza, purezza e giovinezza. L'aspetto corporeo,
la sagoma corporea costituita dalla pelle è infine un sistema organico
di notevole rilevanza psicologica, poiché si costituisce come il meccanismo
di separazione tra l'ambiente organico interno relativamente stabile e l'ambiente
esterno relativamente instabile ed è l'unico sistema dell'organismo completamente
accessibile all'osservazione esterna. Non sorprende quindi come la mole corporea
sia stata spesso considerata lo specchio dell'anima umana, da cui le frequenti
espressioni gergali :"tanto magro da voler scomparire", "occupa
tanto spazio che è impossibile non notarlo", nonché la nota
affermazione di Morton di fronte ad un anoressica:"Non ricordo di aver mai
visto in tutta la mia pratica professionale una persona dall'aria tanto desolata". Indissolubilmente
legato con l'aspetto fisico, il momento dell'alimentazione ha assunto per l'uomo
significati che sono andati ben oltre la mera funzione nutritiva. Non
c'è situazione più complessa per le sue implicazioni sociali, religiose,
edonistiche, come quella alimentare. Il rito del pasto nelle varie culture
ha infatti assunto funzioni via via diverse, tra cui quella di socializzare, di
rinforzare l'appartenenza ad un gruppo, di rispettare le gerarchie sociali dando
alla persona più prestigiosa per ceto, età, ruolo, il "posto
d'onore"e la possibilità d'esser servita per prima. Il digiuno
ha suscitato in ogni epoca curiosità, ammirazione, timore e l'astinenza
volontaria dal cibo è stata sempre vista come dimostrazione di grande forza
d'animo e coraggio, usata per scopi politici, religiosi e autocelebrativi.
Storia
- epoche storiche Se si esclude l'età della pietra di cui
non abbiamo sufficienti fonti storiche ma in cui si presume venisse apprezzata
nell'uomo una corporatura possente e muscolosa data la prevaricante importanza
di richieste di sopravvivenza su quelle culturali, nelle prime fonti storiche
tramandateci, vengono celebrate figure di gran coraggio e forza fisica, il Davide
dell' Antico Testamento, l'Achille dell'Iliade, l'Ulisse dell'Odissea, e ancora
Alessandro il Grande e Giulio Cesare. Nella grecità classica del V sec.
a.C. si contrapponevano due tipologie diverse di "uomo" in relazione
allo stile di vita imperante. Ad Atene, città dedita alla filosofia
e alla vita nell' "agorà" , il cittadino medio è raffigurato
come "rotondo" e panciuto mentre cammina comodamente nei dintorni dell'"agorà"
gustando prelibatezze locali o mentre discute con altri cittadini di questioni
filosofiche e politiche sui gradini dell'università, ben diverso è
invece l'aspetto che ha simboleggiato per secoli la vicina Sparta, la cui cultura
era imperniata sui valori del vigore fisico e della potenza militare, e la corporeità
celebrata era atletica, muscolosa, fornita di larghe spalle, snella, pronta alla
battaglia. Durante l'apice dell'impero romano c'era una stridente differenza
tra la popolazione che aveva cibo insufficiente e quella che ne aveva in surplus. E'
interessante accennare ai banchetti della nobiltà romana, che con il passare
degli anni, e con l'ingrandirsi dell'impero, diventavano sempre più sfarzosi
e con dozzine di pietanze sempre più esotiche e particolari. La pratica
alimentare perdeva il suo fine nutritivo sostituito in toto da quello voluttuoso;
uomini patrizi in buona salute praticavano pattern di iperalimentazione fino alla
saturazione seguiti da vomito in un apposito settore detto "vomitorium",
per poi, una volta vuotato lo stomaco, potersi di nuovo lasciare andare ad altre
ingordigie alimentari. Queste pratiche alimentari pur bizzarre non possono
tuttavia essere definite puramente bulimiche perché il vomito non era provocato
al fine di non ingrassare ma per poter gustare ancora altre pietanze con lo stomaco
libero, i nobili romani erano infatti molto ghiotti e ingordi e le loro ampie
pance non facevano pensare che tenessero molto alla snellezza fisica, anzi...,
anche le matrone romane mostravano con l'abbondanza delle forme tutta la loro
opulenza e importanza. Tuttavia anche tra gli antichi romani la dieta era una
pratica adottata sia per ragioni estetiche che salutari, serviva per purificare
il corpo dalla tossicità di certi alimenti e per portarlo ad una restituito
ad integrum. Tra gli scritti di Ippocrate figura anche un trattato sulla dietetica,
consigliata sia per scopi preventivi che terapeutici e secondo Plinio il Vecchio
alcuni medici prescrivevano ai malati diete così rigide da farli quasi
morire di fame mentre altri tendevano rimpinzare di cibo i loro pazienti. Vi
era poi chi digiunava per motivi spirituali; gli aderenti alla corrente dello
Gnosticismo, sviluppatasi verso il II e il III sec. d.c., consideravano tutto
il mondo materiale corrotto e praticavano l'ascetismo, con l'astensione quasi
totale dal cibo e dai beni terreni. L'ascetismo cristiano trae le sue origini
dalle teorie di Platone, secondo cui l'anima era prigioniera del corpo aspirando
al ricongiungimento con il divino; soltanto con l'emancipazione dal mondo dei
sensi lo spirito poteva liberarsi e realizzare il suo potenziale divino attraverso
la privazione dal cibo e da altre necessità terrene. (Platone, "Fedro").
Storia
del digiuno (mistico e laico) Se molte donne dal decimo secolo in
avanti acquistarono notorietà per i loro lunghi digiuni di stampo mistico,
il digiuno ascetico trova negli uomini la massima espressione nella "vicenda"
dei Padri del deserto, dei monaci anacoreti che in seguito alla "mondanità"
della chiesa, decisero di ritirarsi nei deserti dell'Egitto e della Palestina,
per dedicarsi totalmente al Signore, si narra che trascorressero anni nelle situazioni
più impervie in enormi restrizioni di cibo e acqua. Alcuni studiosi
odierni dei disturbi alimentari come Walter Vandereycken e Ron Van Deth sono propensi
a interpretare retrospettivamente molti dei casi di "sante ascetiche"
o di "padri del deserto" come antesignani delle moderne forme di anoressia
restrittiva, come dimostrano infatti nel loro lavoro "Dalle sante ascetiche
alle ragazze anoressiche" nelle narrazioni delle vicende di tali casi si
possono riscontrare svariati caratteri distintivi della diagnosi di questa patologia. Il
digiuno come forma di penitenza per dei peccati commessi è una pratica
molto antica che ha da sempre accompagnato il destino degli uomini, riecheggia
nei Salmi Babilonesi, e sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici
digiuni per placare la collera divina in concomitanza con catastrofi o guerre. Il
cibo soprattutto nel cristianesimo è poi spesso associato al peccato e
l'ingordigia di cibo alla tentazione del demonio. Non è forse l'irresistibile
morso di una mela a precludere l'Eden ad Adamo ed Eva ed a relegarli alla terrena
peccaminosità ? Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario
islamico l'intera massa di fedeli si astiene per un mese ad un rigido periodo
di astinenze alimentari e sessuali dall'alba fino al tramonto. Ma anche l'astinenza
prolungata da cibo era considerata nel medioevo come un atto di superbia di fronte
alle leggi divine e perciò condannata dalla chiesa, si pensava addirittura
che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno si celasse l'operato del diavolo,
che aiutava con sortilegi notturni il digiunatore nella sua astinenza. Come
accade oggi di fronte alle anoressiche gli asceti medievali avevano il potere
di stimolare l'immaginazione della gente, proprio perché disdegnavano quello
a cui aspirano tutte le persone comuni: una pancia bella piena e una buona salute,
e ciò a maggior ragione in un periodo storico in cui la scarsezza di cibo
per guerre, carestie, epidemie era all'ordine del giorno. Nel complesso e variegato
quadro del digiuno ascetico si possono riconoscere alcuni tratti comuni che ripropongono
all'attenzione il valore che alcuni elementi dell'atto della nutrizione hanno
assunto nelle culture umane. 1) La natura destabilizzatrice e sovvertitrice
del digiuno in ogni comunità umana. 2) La funzione di espiazione dei
peccati espletata dal digiuno. 3) Il divieto di cibarsi di particolari tipi
di alimenti, come alcune carni animali, presente presso molti popoli. 1)
Nel corso della storia si è assistito sovente a situazioni di carestia,
dovute a guerre, siccità, piogge o gelo eccezionali che compromettevano
il raccolto; i mezzi di sostentamento, come il grano o la selvaggina erano oggetto
di venerazione, desiderati e temuti, o offerti in sacrificio agli dei come il
bene più prezioso. Non stupisce quindi il sospetto e l'inquietudine
che destavano nella comunità coloro che sceglievano volontariamente di
non cibarsi. Ponevano gli altri in una situazione di destrutturazione cognitiva,
erano destabilizzanti per la vita comunitaria ed era facile che si interpretasse
il loro comportamento come opera di spiriti maligni che avevano invaso il corpo
e lo nutrivano di nascosto. Il rapporto tra l'astinenza dal cibo e la possessione
demoniaca ha un'origine molto antica e compare già in un testo cuneiforme
babilonese, anche nel mondo occidentale abbiamo testimonianze scritte di questa
credenza, soprattutto in epoca bizantina e medievale, questo fu il motivo per
cui i digiunatori vennero più spesso affidati alle cure di esorcisti e
stregoni che dei medici e le sante ascetiche guardate con malafede e sospetto. 2)
Per ragioni strettamente legate a quanto ora detto, il digiuno venne praticato
dai popoli per allontanare i poteri demoniaci ed ingraziarsi la divinità
protettrice. Lo si ritrova già nei salmi penitenziali dei Babilonesi,
che rivelano l'importanza dei digiuni nei periodi difficili del regno. All'epoca
dell'Antico Testamento, il digiuno costituiva una delle pratiche penitenziali
più diffuse ed era inteso come un castigo autoinflitto per sollecitare
la compassione divina. Durante il cristianesimo il digiuno era considerato
uno dei modi per raccogliere l'appello di Cristo e redimersi dai peccati terreni;
nell'ascetismo più fervente dei Padri del deserto per esempio il digiuno
si accompagnava all'astinenza sessuale, la privazione del sonno e altre forme
di indipendenza da quella fisicità a cui gli uomini erano troppo legati. 3)
Leggendo testi sacri come "Il Levitico" o "Il Deuteronomio"
ci si può facilmente imbattere in una pletora di divieti e prescrizioni
dietetiche; alcuni animali come la lepre e il coniglio selvatico sono ritenuti
impuri, altri come la pecora e la rana puri. Si può tentare di rispondere
a tale spartizione in chiave allegorica, in quanto certi animali rappresenterebbero
simbolicamente il peccato ed altri no, gli animali ritenuti impuri erano quelli
che per qualche particolarità (colore, forma) si associavano a qualcosa
di sporco, pericoloso e si pensava veicolassero influenze malefiche nocive per
il corpo. Inoltre i periodi di digiuno e di prescrizioni dietetiche si attuavano
spesso in coincidenza con eventi luttuosi per la comunità, come morti di
sovrani o cataclismi naturali; l'astinenza alimentare poteva così salvaguardare
dalle influenze malefiche spostatesi dall'evento infausto al cibo e purificare
il corpo fino a raggiungere un certo livello di purezza. In tale chiave allegorica
possono essere lette tante tenaci avversioni di pazienti con disturbi del comportamento
alimentare verso particolari alimenti evocatori di immagini archetipiche rimosse,
come la carne al sangue e il pesce. Nei
secoli del Medioevo e del Rinascimento, se da una parte ci arrivano documenti
di asceti digiunatori e "fanciulle miracolose", dall'altra abbiamo molte
descrizioni di come l'aspetto grasso e rubicondo fosse apprezzato e sinonimo di
imponenza e ricchezza. Papi, cardinali, arcivescovi non sembravano esercitare
la loro vocazione spirituale con la stessa intransigenza delle sante ascetiche,
piuttosto vengono spesso raffigurati come corpulenti, con grosse pance, sovente
impegnati a consumare ingenti quantità di cibo e vino. Nell'immaginario
popolare l'uomo di successo, potente, era stato da giovane di corporatura atletica,
snella, forte per poi lasciar spazio nell'età matura ad un fisico sempre
più imponente e vistoso, ed a caratteristiche diverse come la saggezza,
la calma, l'amore per la buona tavola. Come già accennato in precedenza,
in un contesto in cui gran parte del popolo versava in condizioni di fame se non
d'inedia, la grassezza era indice di opulenza e di potere, un vero e proprio status
socio-economico. Digiuno,
magrezza e obesità nella letteratura
e nella politica Fulgidi
esempi di tale stile di vita furono Enrico VIII, sua sorella Elisabetta e la regina
della Russia Caterina "La Grande", magri e atletici in gioventù,
grassi leaders in età matura. Il Giulio Cesare di Shakespeare chiede
di esser circondato da uomini grassi, che sono considerati meno minacciosi:"
Lasciate che mi stiano intorno uomini grassi, dalla faccia paffuta, come il sonno
della notte: Gaio Cassio scarno e affamato è d'aspetto; egli pensa troppo:
questi uomini sono pericolosi." "Come vorrei che fosse più grasso!"(Atto1,
Scena 2). Nella
famoso romanzo di Tolstoy "Guerra e Pace" ambientato nella Russia dell'800,
il vecchio, esperto generale dell'armata russa deve essere aiutato a salire a
cavallo a causa dell' ingente mole e dei suoi acciacchi, egli viene descritto
come un abile stratega di guerra, dopo essere stato un valoroso combattente in
gioventù. Un altro esempio di quanto nei secoli passati una corporatura
obesa non fosse oggetto di critiche ma anzi, apprezzata e giudicata indicatore
di buona salute ci viene dal famoso filosofo David Hume nella sua "Lettera
a un medico". Il filosofo inglese racconta dell'appetito voracissimo che
lo colse d'improvviso nel Maggio 1731 e di come questa ingordigia lo portò
nel giro di sei settimane a diventare dal magro e allampanato ragazzo che era
nel "Tipo più robusto, gagliardo e pieno di salute che tu abbia mai
visto, con un aspetto rubicondo e un'espressione allegra". Egli rimase
grasso per il resto della sua vita ma come traspare dalla sua descrizione considerò
ciò più come un pregio che come un difetto, Hume infatti parla di
come gli amici si complimentassero con lui per la sua "guarigione" e
viene sempre menzionato nella lista di inglesi obesi che furono grandi. Riguardo
alla considerazione dell'uomo obeso nel corso dei secoli può costituirsi
infine un filo conduttore indicativo l'accettazione della corporatura picnica
nei presidenti degli Stati Uniti d'America. La maggior parte dei presidenti
degli USA, ad eccezione di A. Lincoln, divennero obesi in tarda età e non
subirono critiche per il loro aspetto, la loro ampia circonferenza era accettata,
attesa e conferiva loro status e salute. Si pensi a T. Roosevelt che dopo
essere stato un pugile dei pesi leggeri in gioventù divenne un obeso e
apprezzato presidente degli USA o a W. H. Taft che fu bonariamente preso in giro
per la sua mole e che divenne forse proprio per questa uno dei presidenti più
simpatici e amati dal popolo. Oggi l'atteggiamento nei confronti dell'aspetto
estetico è molto cambiato, e un presidente come Bill Clinton può
vedersi attaccato e deriso per delle dimensioni di "giro vita" che sarebbero
state considerate "da magro" in un presidente fino a cento anni prima. Abbiamo
visto in precedenza come il fenomeno dell'inedia auto-indotta fosse un fenomeno
già presente nella storia dell'uomo. Molti secoli prima che Gull e
Lasègue quasi contemporaneamente coniassero il termine "anorexia"
e ne definissero i connotati clinici, il fervore religioso aveva portato uomini
e donne a lunghi periodi di digiuno destando la pubblica ammirazione. Tenendo
in considerazione che la nozione di a-normalità nei fenomeni psicologici
dipende dalla cultura e dal contesto storico in cui è osservato il modello
comportamentale in questione ed essendo ben lungi dal voler associare retrospettivamente
una forma di inedia auto-indotta alla moderna "anoressia nervosa" ci
accingeremo a descrivere altre tre forme di digiuno spontaneo maschile accadute
nei secoli scorsi: Il digiuno per spettacolo, il digiuno degli artisti e il digiuno
come disturbo clinico. Gli
artisti della fame (digiuno per professione) Dalla
fine del XIX sec. fino agli anni '30 del XX i cosiddetti "artisti della fame"
e "scheletri viventi" si servirono per fini spettacolari del loro digiuno
prolungato e del loro estremo dimagrimento, solevano esibirsi dietro compenso
nelle fiere, nei circhi e nei parchi di divertimento. Essi rappresentano una
variante più moderna delle fanciulle digiunatrici medievali, perché
entrambi cercavano sensazione tramite le loro capacità digiunatorie, ma
a differenza delle ragazze digiunatrici erano quasi tutti maschi e esibivano le
proprie gesta a scopo di lucro. Anche il tipo di sensazione suscitata era diverso:
nel digiuno delle ascetiche prevaleva l'incredulità per un fenomeno che
si pensava di natura divina o demoniaca, comunque ultraterrena, negli artisti
della fame emergeva l'ammirazione per la particolare abilità espressa. Lo
splendore e il declino degli artisti della fame e delle loro gesta in tutte le
principali città d'Europa ci sono giunte grazie agli innumerevoli resoconti
fatti da scrittori e cronisti dell'epoca e ciò perché la lotta dell'uomo
contro l'istinto naturale della nutrizione era fra ciò che più colpiva
l'immaginario popolare e che rendeva questi spettacoli fra i più apprezzati
nelle fiere. Ma si trattava di vera lotta? La descrizione psicologica più
profonda sugli artisti della fame ci viene offerta da Franz Kafka nella sua novella
"Un digiunatore" in cui lo scrittore praghese narra della vita dei digiunatori
e dei loro spettacoli. Kafka pone l'attenzione soprattutto sul drammatico equivoco
dell' "impresa" del digiunatore, infatti di fronte allo stupore degli
astanti sulle capacità di sopportazione della fame del digiunatore egli
risponde :"Perché io sono costretto a digiunare" disse il digiunatore..."perché
io non ho mai potuto trovare il cibo che mi piacesse. Se lo avessi trovato, credilo,
non avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come te e tutti gli altri"
Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma,
anche se non più superba, convinzione di continuare a digiunare." Secondo
Kafka l'origine dello sbigottimento degli spettatori derivava dall'intuizione
che in quegli uomini "ci fosse qualcosa che non funzionava", qualcosa
di misterioso e sospetto da scoprire, ma questo mistero non risiedeva in un inganno
sul digiuno teso dall'artista agli spettatori, il suo vero inganno stava nel presentare
la sua inclinazione come una virtù, il suo digiunare come una prodezza,
mentre invece il digiuno per lui era la cosa più facile del mondo ed il
mangiare invece la cosa più ardua. La vicenda degli "artisti della
fame" soprattutto presenta delle interessanti affinità con alcuni
tratti dei pazienti anoressici. Quello che colpisce é l'identificazione
della persona con l'atto del digiunare, (parafrasando da Cartesio si potrebbe
dire "abstineo me ergo sum") nonché l'esaltazione narcisistica
per questa loro particolare caratteristica sovente presente nel soggetto anoressico
che, di fronte alla fragilità del proprio Io e alla indecifrabilità
del proprio sistema sensoriale trova nel sintomo anoressico, nel controllo sull'ingestione
di cibo, un'esperienza di continuità e di coerenza del sentimento di esistenza
di sé. Il racconto di Kafka "il
digiunatore" oltre a rappresentare una descrizione storicamente affidabile
del fenomeno degli artisti della fame, ci offre uno "spaccato" della
personalità del digiunatore di un coinvolgimento, una introspezione personale,
una sensibilità verso le sfaccettature del suo animo tali da aver portato
molti studiosi a riconoscere in questo racconto le prove della patologia alimentare
di cui probabilmente lo stesso scrittore soffriva. In effetti attraverso la
vita e le opere di Kafka come quelle di altri letterati dell'800-900 quali:G.G.
Byron, Barrie si possono rilevare molti tratti caratteristici della personalità
degli uomini anoressico-bulimici. Kafka e Lord Byron cercarono per molti anni
di conformarsi ad un ideale ascetico e spirituale che si erano prefissi. Nell'opera
di Kafka è presente il leit-motiv del masochismo, la sua tendenza autodistruttiva,
la volontà di soffrire, di immolarsi, di trascendere infine con la morte
la propria corporeità vista come sordida e ingombrante (vedi "La metamorfosi")
nel desiderio mai sazio di mettere finalmente a tacere quel profondo senso di
colpa che come si può evincere ne "Il processo" avrebbe costituito
il suo imperdonabile peccato. Kafka scelse di condurre una vita ascetica, monacale,
segnata da rapporti con le donne (soprattutto epistolari) nei quali il sesso ricoprisse
una parte marginale e fosse preclusa la possibilità della vicinanza, dell'affetto,
visti come paurosi, incontrollabili. H.Kohut nella sua analisi dell'opera kafkiana
rilegge la vicenda dei personaggi narrati dallo scrittore alla luce della psicologia
del Sé e delle inadempienze compiute dagli oggetti-Sé verso il bambino
nelle loro funzioni empatiche e idealizzanti <<Gregor Samsa, lo scarafaggio
delle Metamorfosi di Kafka, può servire qui da esempio. Egli è il
bambino la cui presenza al mondo non è stata benedetta dalla calda accoglienza
empatica di oggetti-Sé, è il bambino di cui i genitori parlano impersonalmente
alla terza persona singolare; e ora è una mostruosità inumana persino
ai suoi occhi.>> Byron dopo un'adolescenza
da obeso e donnaiolo impenitente si prefisse e raggiunse un drastico dimagrimento,
di cui non fu mai soddisfatto, limitando la sua dieta a pasti vegetariani e sottoponendosi
a periodi di isolamento ascetico, interrotti talvolta da grandi scorpacciate a
cui rimediava con il vomito. Sia in Kafka che in Byron è inoltre presente
l'ossessione per il proprio corpo: in Byron nella sua incessante ricerca di un
fisico sottile che lo portò a perdere 60 kg in 4 anni, a rimanere sempre
ossessionato dalla paura di ingrassare e a sottoporsi a esercizi fisici continui;
nello scrittore del "Processo" nei suoi continui riferimenti al corpo
magro, ossuto, piegato da esibire all'Altro nell'attesa di un "nutrimento
desiderato e sconosciuto", nonché nei suoi vissuti di estraniamento
corporeo ossessivamente ricordati. La vicenda di Barrie
mette in luce un altro tratto familiare alla personalità anoressica, il
rifiuto della maturità sessuale e delle responsabilità ad essa collegate. La
vita di Barrie sembra ricalcare in maniera impressionante il romanzo che lo rese
celebre "Peter Pan, il bambino che non voleva
crescere" ed è tra le righe di questa e altre sue opere che si può
leggere "l'idillio della leggerezza", leggerezza intesa sia in senso
materiale che in senso lato. Come il protagonista del suo romanzo, Barrie mantenne
anche in età matura un aspetto e dei modi fanciulleschi, smise di crescere
quando all'età di 14 morì improvvisamente il fratello maggiore,
primogenito in famiglia e prediletto dalla madre, quasi come a voler conservare
per lei in eterno l'aspetto del ragazzo morto. In molti suoi racconti troviamo
personaggi che si rifiutano di crescere (Peter Pan) e di mangiare (Moira), in
"Little Mary" la protagonista Moira acquisisce il potere miracoloso
di guarire le persone e spiega il segreto dei suoi poteri nel portare la gente
a mangiare di meno "La gente soffre perché mangia troppo...Quando
ci si toglie il peso dallo stomaco si riprende a pensare in modo sano." La
difficile presa in carico della sessualità matura, del corpo adulto è
una componente prioritaria nei disturbi alimentari, sia maschili che femminili.
Tuttavia mentre nella donna il processo è legato oltre che alle pressanti
richieste culturali, ai marcati e invasivi cambiamenti fisici richiesti dallo
sviluppo puberale in età precoce, nell'uomo ciò che provoca maggiori
sollecitazioni emotive è il peso psicologico delle responsabilità
legate all'entrata nel mondo degli adulti, lo dimostra il fatto che i sintomi
coincidono spesso con scelte "da adulti" come dover partire militare,
dover gestire la propria vita sentimentale, allontanarsi dalla famiglia ecc... Anche
se l'interesse per i disturbi dell'alimentazione come affezione psicosomatica
si è diffuso nella seconda metà del XX sec., sostituendo come manifestazione
sintomatica l'isteria dell'800 per proporzioni epidemiche e interesse scientifico,
le complicazioni legate all'atto nutritivo sono state menzionate nei trattati
dei medici in epoche ben più remote.
Letteratura
antica Senofonte nel libro IV
dell' "Anabasi" riferisce di un fenomeno
di fame irrefrenabile che colpiva i soldati nelle spedizioni di guerra che gli
esperti chiamavano "Bulimia". Secondo la descrizione offertaci dallo
scrittore di Scillunte non poteva trattarsi dell'odierna bulimia, ma etimologicamente
di una "fame da bue" molto più rassomigliabile al binge eating
disorders. Seneca nel suo scritto "Consolatio
ad Marciam" deplora le bizzarrie alimentari compiute dai patrizi nei
banchetti definendole un ciclo di abbuffate, vomito, nuove abbuffate, "Vomunt
ut edant, edunt ut vomant". Per quanto riguarda l'inedia volontaria i
romani parlavano di "inappetentia" (Ippocrate). In un commento al primo
libro delle Epidemiche di Ippocrate Galeno
scrive:"Coloro che rifiutano il cibo e non assorbono nulla sono chiamati
dai greci anòrektous (anòrektous) oppure asítous (asìtous)
che significa coloro che non hanno appetito ed evitano il cibo. Coloro che
invece, dopo aver ingurgitato gli alimenti, provano disgusto o avversione si chiamano
aposîtous (aposîtous)...E, quando sono spinti a mangiare, non hanno
la forza di inghiottire; anche se si sforzano di nutrirsi, non riescono a ingerire
il cibo, ma sono costretti a rimetterlo". Il medico
bizantino Alessandro Tralliano nel capitolo intitolato "Perì
anorexia" tratto dal suo manuale di medicina la fa derivare da "Una
discrasia o un eccesso di umori nello stomaco" e prescrive per la sua cura
una modificazione degli stessi o l'eliminazione tramite vomito nonchè evacuazione
intestinale. In un trattato medievale olandese ci si affida invece ad una terapia
con estratti naturali: sia la pianta "menta-almente" sia unguenti di
menta, cannella, pepe e aceto serviranno per migliorare l'appetito. Come si
può constatare le cause iatrogene sono riposte esclusivamente a livello
organico con una scotomizzazione totale della psiche. Per trovare una messa
in gioco della psiche nei disturbi dell'appetito e un riferimento all'affezione
maschile bisogna arrivare all'era moderna quando il medico
francese Joseph Raulin nella sua monografia sull'isteria del 1758 riconosce
il ruolo patogenico dei disturbi dello spirito e dei sentimenti e riconosce che
anche i maschi sono soggetti alle "affections vaporeuses". Al 1689
invece è fatta risalire la prima descrizione clinica dell'anoressia; il
medico Morton parla della cosiddetta "consunzione
nervosa" che chiama anche "atrofia nervosa" e la definisce come
"una consunzione del corpo senza febbre, né tosse, né dispnea,
ma accompagnata da perdita dell'appetito e da cattiva digestione...". Morton
attribuisce questo tipo di consunzione all' "assunzione smodata di liquori
insalubri e di aria insalubre" che recherebbe danni "al sistema dei
nervi", non tralasciando neanche possibili cause emotive, "la violenta
passione della psiche"; infine cita due casi clinici di cui uno maschile,
quello del figlio del reverendo Steele che "In seguito a studi eccessivi
e a patemi d'animo gradualmente cadde in un'inappetenza quasi totale e successivamente
in una "atrofia universale"...Pertanto giudicai che questa consunzione
fosse nervosa, insita nell'intero "habitus corporis" e originata dal
sistema nervoso morbosamente alterato". All'inizio Morton curò
il ragazzo con preparati farmacologici e solo dopo il fallimento di questa cura
gli consigliò di abbandonare gli studi, respirare aria di campagna, andare
a cavallo e seguire una dieta a base di latte; questa seconda prescrizione portò
a risultati assai più efficaci. La scoperta dell'anoressia nervosa nell'accezione
diagnostico-clinica in cui oggi la si intende è contesa da due eminenti
psichiatri dell'epoca vittoriana W. Gull e E. Lasègue,
anche se era stata già descritta dal meno noto Marcè 10 anni prima. Anche
se il primo a menzionarla in un articolo scientifico fu effettivamente W. Gull
nel 1868 la descrizione più brillante per contenuto e forma ci viene offerta
nel 1873 da Lasègue. Nell'articolo
intitolato "De l'anorexie histèrique" inserito negli "Archives
Gènerales de Medicine" egli afferma :"Lo scopo di questo articolo
è rendere nota una delle forme di isteria della regione gastrica, abbastanza
frequente da non essere, come troppo spesso accade, una generalizzazione artificiale
di un caso particolare...Il termine "anoressia" poteva essere sostituito
da "inanizione isterica"...Ho tuttavia preferito il primo termine perché
si riferisce a una fenomenologia meno superficiale, più delicata e anche
più clinica." Infine per concludere i riferimenti clinici sui disturbi
dell'alimentazione maschile può essere indicativo (riflettendo sulla matrice
ossessivo-cmpulsiva caratteristica dei maschi con DCA) citare il caso di S.Freud
dell' "Uomo dei lupi" in cui il
paziente aveva tra l'altro vissuto un periodo di perdita dell'appetito, perché
troviamo già in un paziente con tratti ossessivi un periodo di perdita
dell'appetito. Freud, che si era focalizzato sulle esperienze sessuali e le
fantasie infantili di questo giovane, depresso e tormentato da molte ossessioni,
interpreta il periodo anoressico come l'espressione precoce di un comportamento
sessuale disturbato, specialmente nella fase orale o cannibalica. Nel non superamento
della fase sadico-anale, nella conflittualità durante la pubertà
per la scelta dell'oggetto sessuale, nelle paure di castrazione conseguenti alle
fantasie edipiche di questo paziente si possono riassumere a grandi linee molte
delle problematiche del maschio con DCA. S.Antonini,
Storia dei disturbi dell'alimentazione (evoluzione del rapporto dell'uomo con
il cibo e il corpo) Riferimenti
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Phthisiologia, or a treatise of consumptions. Wherein the difference, nature,
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& Benjamin Walford, London. Senofonte (390-367
a.C.) Anabasi. Ed. It. BUR ( sezione Classici), Milano, 1978. Vandereycken,
W., van Deth, R. (1994) Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche.
Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995 Torna
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