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Che cosa si ripete ? Evoluzione dell'oggetto della ripetizione

Se è vero che il concetto di ripetizione è presente fin dall'inizio nella teorizzazione psicoanalitica, è vero altresì che il suo oggetto ed il suo statuto variano parallelamente al pensiero di Freud. Volendo stilare una breve cronologia dell'evoluzione del suo oggetto possiamo, sebbene non senza una forzatura, rintracciare la sua prima manifestazione nella natura stessa del meccanismo della rimozione da cui prendono le mosse le prime osservazioni di Freud sull'isteria; ma in questa accezione, ed è in tal senso che dichiaravo anzitempo l'inesattezza dell'equazione, la rimozione svela solo nella sua dinamica l'impossibilità di una cancellazione psichica, di una caduta in prescrizione del ricordo. Siamo davanti quindi ad un uso solo etimologicamente sovrapponibile del concetto di ripetizione, perché come noto, nel pensiero freudiano, con questo concetto si indica il ritorno in concreto, specialmente nel transfert, di ciò a cui il ricordo non può accedere. Più precisamente:
"Quanto maggiore è la resistenza, tanto maggiore è la misura in cui il ricordo viene sostituito dal mettere in atto (ripetere)"

Partendo dunque dal presupposto freudiano che "l'analizzato ripete invece di ricordare" , è possibile seguire l'evoluzione delle ipotesi proposte da Freud su quale fosse la situazione che questi ripete coattivamente. Quando Freud inventa la psicoanalisi, abbandonando l'ipnosi ed utilizzano come "ferri del mestiere" soltanto il trauma ed il conflitto (nella loro prima veste, come già illustrato nel primo capitolo), ciò che si offre all'osservazione è la ripetizione di modalità proprie dell'infanzia, regressioni a modalità infantili, che Freud incasellerà nelle fasi dello sviluppo psicosessuale, proponendo le differenti manifestazioni sintomatiche come riedizioni metaforiche, simboliche dell'organizzazione libidica delle differenti tappe dello sviluppo psicosessuale: orale, sadico-anale, fallico, genitale, e del periodo di latenza. Oggetto della ripetizione è dunque una particolare modalità di provare piacere, attraverso certi atteggiamenti, scelte, situazioni, che si appoggia su una parallela evoluzione biologica dell'erogenizzazione del corpo. Questa è la posizione centrale dei "Tre saggi sulla teoria sessuale". Quando poi gli studi sul narcisismo lo portano alla revisione della teoria pulsionale del 1914, ed alla conseguente revisione dello statuto della libido (esposto nel secondo capitolo), un nuovo importante dato si aggiunge alle conoscenze sull'oggetto della ripetizione. Resta valida l'idea della regressione a fasi psicosessuali infantili, ma si evidenzia che ciò che caratterizza la coazione, l'urgenza della ripetizione, è la ricerca della supposta perfezione narcisistica infantile, di una situazione non colpita (ma questo solo nel ricordo), dalle rinunce pulsionali che la civiltà impone. Si fa evidente la necessità della ricerca di un "risarcimento" delle ferite narcisistiche subite. L'edonismo proprio della libido, si potrebbe in tal senso ridefinire come un "eden-ismo", se mi si consente il gioco di parole, cioè della ricerca di un supposto "eden", di un ipotetico paradiso perduto, che si pone come metafora per eccellenza della perfezione narcisistica di cui sopra. Ma è proprio in questo stesso anno, nel '14 che Freud osserva l'impossibile convivenza di ricordo (mnemonico) e ripetizione nel transfert. È solo in quel momento che Freud comprende il nesso tra la coazione a ripetere ed il transfert, eleggendo la rielaborazione della ripetizione nel transfert a fattore-chiave del trattamento analitico. È qui cioè che Freud fissa l'equazione tra la ripetizione ed il ritorno del rimosso: si ripete ciò che è rimosso. "Egli ripete tutto ciò che, provenendo dalle fonti di quanto in lui vi è di rimosso…"
Quando tra il 1919 ed il 1920 Freud affronta il nuovo percorso speculativo riguardante la pulsione di morte, lo statuto dell'oggetto della ripetizione perde in gran parte la sua forma precedente, e sposta l'orizzonte della nostalgia che lo contraddistingue, dall'infanzia ad un momento precedente la comparsa stessa della vita. Ovvero ciò che è ripetuto, la situazione alla quale il soggetto è vincolato, si fissa nell'articolazione tra l'indistinto, lo stato inorganico che precede la vita, e la sua comparsa stessa, con il bagaglio economico dell'aumento di tensione non più azzerabile che ne consegue. È il momento del passaggio dallo stato fusionale dell'unità simbiotica con il corpo della madre e la sua perdita irricucibile, insanabile. È in termini freudiani la scansione tra il "Fort!" traumatico dell'assenza ed il "Da!" che ricuce solo simbolicamente la perdita subita; è il passaggio dal trauma originario del "Fort!" che il soggetto ripete all'infinito, e la sicurezza artificiale del simbolo che la sostituisce, che colma l'assenza dell'oggetto perduto. Ma ancor più, ciò che si ripete è la drammaticità dell'incontro con l'altro, inteso come altro rispetto a sé, diverso, distinto, quantitativamente diverso; l'incontro con l'evidenza del non poter più fare-uno con l'altro, il carpirne la distanza, quella distanza che ha la forma angosciosa di una perdita rispetto allo stato fusionale, simbiotico, indistinto iniziale. Si ripete quella separazione, quel "Fort!" che è agli occhi attenti di Freud, la porta spalancata sull'enigma della pulsione di morte e sulla natura conservativa delle pulsioni. L'interpretazione freudiana del famoso gioco del nipote con il rocchetto ed il filo, sovrapposta a quanto già detto sul masochismo erogeno, cioè sulla parte non estroflessibile della pulsione di morte, ci conducono direttamente alla scandalosa idea del Freud di "Al di là del principio di piacere", secondo cui la meta di ciò che è vivente è il ritorno all'inorganico, all'indistinto della morte che precede la vita. È facile osservare la vastità di forme e statuti differenti che l'oggetto della ripetizione assume, dall'ideale narcisistico, all'angoscia originaria della perdita della Cosa, fino alla ricerca compulsiva della morte stessa, oggi evidente in tante manifestazioni cliniche, e non ultimo supportata da tanta parte della comunicazione di massa, che ha trovato nella necro-cultura un filone prezioso. Al termine del contendere è però reperibile anche un comune denominatore delle forme che assume la coazione a ripetere: la nostalgia propria dell'uomo per una forma di godimento irrinunciabile; l'attaccamento compulsivo a quel godimento stesso dell'atto del ripetere, che ri-attualizza la ferita originaria, la riapre ad ogni ciclo, senza lasciarla mai rimarginare. Una ferita il cui non rimarginarsi, il cui non potersi mai rimarginare, si sposa perfettamente, combacia, con il desiderio mortifero di quella parte di pulsione di morte non estroflessa che Freud ci ha mostrato essere alla base del masochismo erogeno. Ed è in questo punto, dove il "Fort!" si ripeterebbe all'infinito, fino a collassare su se stesso, che Freud ci indica come le civiltà, così come le religioni, propongono la possibilità di un "Da!" che risarcisca simbolicamente la perdita, e rimandi la spasmodica ricerca del ritorno allo zero della pulsione di morte, rilanciando, rinnovando la ciclicità dell'eterno ritorno nicciano, cui Freud assegna le categorie di Eros e Thanatos, riprendendo Empedocle. È anche da queste considerazioni che Freud intraprende la sua lunga analisi dei fenomeni religiosi, alla ricerca del tratto comune a tutte le sue forme, esposta in "L'avvenire di un' illusione". L'attenzione dell'ultimo decennio di vita di Freud si concentra sul ruolo e sulle forme che Eros, la pulsione di Vita, assume nelle organizzazioni collettive, civiltà e religioni, e di come viceversa possa essere trattata nel rapporto analitico, nelle logiche della dialettica con il paziente. Se quindi nel 1912 in "Totem e Tabù" la libido era il polo sessuale del confitto, capace di rendere libera l'energia psichica, contrapposto all'Io che doveva legarla, nell'ultimo Freud la libido assume il ruolo opposto, offrendosi come il polo capace di legare l'energia psichica che altrimenti allo stato libero risponderebbe al progetto mortifero della pulsione di morte. La pulsione di vita, che rimane per questo uno dei concetti più enigmatici di Freud, è proposta come argine allo "strapotere del fattore quantitativo", alla forza della coazione a ripetere, alla pulsione di morte; ma la sua funzione di argine deve utilizzare gli stessi meccanismi conservativi della coazione a ripetere, ponendosi come la controparte di un rapporto dialettico con il "Fort!" cieco, con cui si manifesta la pulsione di morte.

 

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