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Dal
rifugio dell'identità al "perturbante" dell'angoscia
originaria
Dopo "Introduzione
al narcisismo", e quindi dopo la già citata revisione
della teoria pulsionale del 1914, la ricerca freudiana si era concentrata
sull'Io, sulle sue origini e sui suoi comportamenti nelle dinamiche
intrapsichiche; quindi sui suoi rapporti con la pulsione e con la
rimozione. Peraltro la curiosità clinica di Freud verso le
psicosi (sul testo di Freud: le psiconevrosi, la paranoia emersa
nel caso clinico del presidente Schreber) lo aveva spinto a considerare
i rapporti tra l'Io e la realtà del mondo esterno; e l'eccesso
di Io (il narcisismo mortifero) ipotizzato all'origine delle psicosi,
non fece che motivare ulteriormente la necessità di un'indagine
accurata dello statuto e dell'origine del concetto di "identità".
Se nel primo Freud, quello per intenderci della clinica della nevrosi,
questa (l'identità) aveva mostrato il fianco all'evidenza
dell'inconscio, era stata cioè mostrata la sua inconsistenza
a partire dagli "scarti" della parola (il lapsus, il sogno,
ecc
), ora si impone un'indagine sulla sua origine e sul suo
significato non più sul versante della parola, bensì
dell'immagine, vista la centralità che questa assumeva nel
narcisismo e nella psicosi.
Come noto, i risultati della ricerca sull'Io saranno presentati
nel '22, con "L'Io e l'Es", che prenderò in considerazione
nel prossimo capitolo, mentre per quanto concerne "l'identità",
Freud entra nel merito con uno scritto del 1919 che precede la pubblicazione
di "Al di là del principio di piacere", anche se
li scrive contemporaneamente, dal titolo "Il perturbante".
Se da un punto di vista cronologico questo è l'ultimo testo
scritto prima della rivoluzione concettuale della pulsione di morte
introdotta nel '20, in verità questo già anticipa
l'argomento, preannunciando i temi del testo successivo, proprio
a partire dall'indagine sulla natura dell'identità. Scrive
Freud: "questa coazione (a ripetere, ndr) dipende probabilmente
dalla natura più intima delle pulsioni stesse, è abbastanza
forte da imporsi a dispetto del principio di piacere, fornisce a
determinati aspetti della vita psichica un carattere demoniaco"
. È dunque già qui esposto tutto il percorso logico
che in "Al di là del principio di piacere" sarà
ampliato e motivato; un nuovo statuto per le pulsioni, che definirà
"conservative", l'abdicare del principio di piacere al
trono di "custode della vita psichica" , ed il carattere
"demoniaco" di taluni aspetti della vita psichica, che
introduce il manifestarsi della pulsione di morte. Ma questo scritto
non meriterebbe attenzione particolare se contenesse solo queste
frammentarie anticipazioni del testo successivo; l'argomento dell'articolo
punta altrove e facendo seguito ad uno scritto di Otto Rank , prende
in esame la tematica del doppio speculare, del simile, nei suoi
rapporti e significati per la psiche.
Per entrare nell'argomento riprendo ciò che osserva Freud:
"L'identificazione del soggetto con un'altra persona sì
che egli dubita del proprio Io o lo sostituisce con quello della
persona estranea; un raddoppiamento dell'Io, quindi una suddivisione
dell'Io, una permuta dell'Io; un motivo del genere è infine
il perpetuo ritorno dell'uguale, la ripetizione degli stessi tratti
del volto, degli stessi caratteri, degli stessi destini, delle stesse
imprese delittuose, e perfino degli stessi nomi attraverso più
generazioni che si susseguono"
La frequenza
della tematica del doppio nella letteratura mondiale, come anche
Freud ricorda, o l'annodamento con le idee di Nietszche sull'eterno
ritorno dell'uguale meriterebbero una trattazione separata, ma quello
su cui Freud si sofferma è invece, riprendendo la citata
opera di Rank, la relazione "tra il sosia e l'immagine riprodotta
dallo specchio, tra il sosia e l'ombra [
] la credenza dell'anima
e la paura della morte" . Ancora riprendendo Rank, Freud ricorda
che "Il sosia rappresenta in origine un baluardo contro la
scomparsa dell'Io, una energica smentita della morte e probabilmente
il primo sosia del corpo fu l'anima immortale. La creazione di un
simile doppione come difesa dall'annientamento [
] con il superamento
del narcisismo primario muta la natura del sosia, da assicurazione
di sopravvivenza esso diventa un perturbante presentimento di morte"
A questo punto si interroga sul motivo della portata perturbante
del sosia in questo secondo momento, che:
"può trarre origine soltanto dal fatto che il sosia
stesso è una formazione appartenente a tempi psichici remoti
e ormai superati [
] Si tratta di un recedere a determinate
fasi che il sentimento dell'Io ha percorso durante la sua evoluzione,
di una regressione a tempi in cui non erano ancora nettamente tracciati
i confini tra l'Io e il mondo esterno, tra l'Io e gli altri."
Sarebbe qui opportuno ed interessante chiamare in causa la teorizzazione
che Lacan ha fatto a partire anche da queste considerazioni, circa
lo "Stadio dello specchio come formatore della funzione dell'Io"
, ma possiamo ragionare anche restando fedeli al solo testo di Freud.
Quando questi scrive di "un tempo in cui non erano ancora tracciati
i confini tra l'Io e gli altri", richiama alla memoria le osservazioni
fatte anni prima sullo svezzamento, a cui per noi si sovrappongono
gli studi successivi di Winnicott sull'oggetto transizionale. Alla
luce di questi possiamo dire che per il soggetto identificarsi significa
individuarsi, reperirsi, assumere uno statuto separato e distinto,
staccato dalla madre (primo oggetto fusionale, che il bambino inizialmente
riconosce come "non diverso da me, non altro rispetto a me"),
ma questo gli è possibile solo assimilandosi, identificandosi
con un oggetto esterno. Quindi questo reperirsi all'esterno, separato,
è possibile solo attraverso una alienazione dell'identità
all'oggetto esterno. Se questo oggetto esterno, che qui Freud rintraccia
nell'immagine speculare, offre un rifugio che "lo difende dall'annientamento",
al tempo stesso diventa una delimitazione, "una prigione dell'identità".
"Quell'identità che si presenta al soggetto come fonte
di potenza, capacità di padroneggiamento dell'esperienza,
come una stabilità piacevole, rassicurante, nasconde dunque
in sé una dimensione di estraneità e di finitezza:
l'Io è frutto di una finzione, che lo rende discordante rispetto
alla realtà del soggetto [
] Vi è dunque una
sofferenza dell'identità" .
Non mi dilungherò qui a ripetere l'aneddoto di Freud circa
la sua esperienza in treno, dell'incontro perturbante con la propria
immagine , quanto a ricordarne le conclusioni: la propria immagine
può presentarsi senza essere riconosciuta, con i tratti autonomi
di un intruso, di un altro. Lacan scriveva in proposito, aforisticamente,
che "Io è un altro".
Ciò premesso, ora che Freud si è spinto fino all'origine
dell'identità, verificandone l'estraneità al soggetto
che la "indossa", rimaneva aperto il problema di quale
fosse però la non-identità che a questo punto avrebbe
potuto contraddistinguere il soggetto.
Se in questo testo del '19 Freud isola ciò che è perturbante
come il ritorno del rimosso, non possiamo fermarci a questa che
è solo una prima tappa del nuovo percorso di ricerca. Ho
già ricordato come nel '25, in "I.S.A." Freud,
riesaminando il meccanismo della rimozione, ne ponga a fondamento
l'angoscia, l'angoscia originaria che ruota attorno all'incontro
con l'altro, con l'estraneo; e che quindi il ritorno del rimosso
si traduce in un re-incontro con questo estraneo-proprio, questo
estraneo-familiare, come Freud definisce il perturbante, questa
dimensione estranea all'Io che ci rappresenta.
Ecco quindi come si presenta l'Io, istanza intrapsichica dell'identità:
come il portavoce di una serie di identificazioni successive, stratificate,
che il soggetto ha assunto come difese rispetto all'originaria angoscia
che, come spiegherà Freud in "Al di là del principio
di piacere", non è solo l'angoscia dovuta alla perdita;
il pericolo non è tanto la mancanza in sé, ma ciò
che irrompe con il venir meno dell'elemento protettivo dell'identità,
ovvero l'irreperibilità, l'inaccessibilità dell'origine
che consideriamo perduta, "non il semplice emergere di zone
nascoste della propria interiorità, di motivazioni sconosciute
del proprio agire, ma il trasparire del rovescio dell'esperienza,
uno sfaldarsi della propria storia, un non avvertirsi più
contenuti in essa" , "una mancanza della mancanza"
, un'anamorfosi irricomponibile.
È quindi già con questo testo che la psicoanalisi
si lascia alle spalle l'ottimismo ermeneutico iniziale, la fiducia
nell'interpretabilità globale della psiche, nel momento in
cui deve ammettere che la coazione a ripetere s'impone anche "a
dispetto del principio di realtà", cioè che c'è
qualcosa di "demoniaco", come scrive Freud, che scardina
l'ordine logico del funzionamento che fino ad allora aveva teorizzato
per gli eventi psichici. È qui che rintracciamo le fondamenta
di quel "nuovo testamento" che è "Al di là
del principio di piacere", che segna il punto di non ritorno
della concezione freudiana della psiche; è qui che entra
in scena, ancora solo intravedibile, è qui che Freud costruisce
lo spazio che occuperà la pulsione di morte. Ma soprattutto
è qui che crolla irrimediabilmente la validità della
precedente teoria pulsionale, che aveva ormai assunto la libido
come protagonista unica, avvicinando Freud, secondo molti suoi lettori
di allora, ad un monismo pulsionale che assomigliava molto da vicino
a quello proposto dall'ex allievo prediletto, C.G. Jung.
Nel primo paragrafo del prossimo capitolo illustrerò come
e perché Freud rivede la teoria pulsionale, passando dal
primato della libido alle nuove pulsioni di Vita e Morte.
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