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dei testi on-line
Il
padre come sintomo collettivo.
Dell'impossibilità della condizione
di figlio
La reazione
che la Scrittura attribuisce a Dio dinanzi alla disobbedienza dei
progenitori è di paura (Gn 3,22) la stessa che avrà
di fronte ai costruttori della torre di Babele(Gn 11,6)
(Sergio Quinzio, "La sconfitta di Dio").
Credo che almeno
metà dei libri, articoli e tesi che abbiano trattato di psicoanalisi,
abbiano menzionato l'Edipo, scrivendone tutto ed il contrario di
tutto. D'altronde l'argomento era degno di tale trattamento: la
storia della psicoanalisi ed ancor più l'uso nel linguaggio
comune, ci insegnano che la sessualità infantile e le triangolazioni
edipiche suscitarono uno scalpore ben maggiore della stessa pulsione
di morte ! Notoriamente, per i non addetti ai lavori, il termine
psicoanalisi viene associato immediatamente a questo argomento piuttosto
che non ai lavori sulla genealogia della morale, sulla pulsione
di morte o sull'origine delle religioni. E questo è giusto,
non deve stupire. Eppure tra l'indagine "familiare" di
Freud e le successive speculazioni sulla civiltà e le religioni
c'è una continuità, un nesso logico profondo. Lo si
vede bene già in "Totem e tabù", in cui
Freud rintraccia nella storia della civiltà i ruoli e le
dinamiche edipiche che l'esperienza clinica gli aveva offerto.
Ma a ben guardare i punti di connessione tra i due versanti della
ricerca freudiana sono frequentissimi, ininterrotti. Si può
dire che Freud proceda con uno "strabismo" clinico: un
occhio rivolto al paziente, che gli fornisce il sostegno dell'esperienza,
della verifica delle teorie; l'altro puntato all'indietro nella
storia, per dedicarsi alla pura speculazione; e si può dire
che Freud, sovrapponendo l'esperienza clinica alla letteratura ed
alla mitologia storica e religiosa, osserva quali siano i "comuni
denominatori" della società e delle religioni, che si
incarnano nei ruoli, originariamente solo familiari, della triangolazione
edipica. Come ho già ricordato in un paragrafo precedente,
la prima psicoanalisi fu incentrata più sul ruolo materno,
sul versante materiale del desiderio incestuoso dell'Edipo, e solo
più tardi ed a partire da alcune osservazioni di Jung, spostò
l'attenzione sul ruolo del padre, ruolo che diventa centrale, focale
nell'Edipo, come colui che porta la legge e stabilisce un ordine,
ponendosi a fondamento delle identificazioni (alla base dell'ideale
dell'Io) e delle interiorizzazioni della legge (alla base del Super-Io).
La metapsicologia, in sostanza, elegge il padre come ruolo-chiave
a cui si deve l'origine ultima delle principali istanze intrapsichiche.
Tutte le indagini di Freud alla ricerca del sopra citato "comune
denominatore", nell'ambito della famiglia, della civiltà,
delle religioni, finiscono sul ruolo del padre. Mi sento di dire
che la psicoanalisi è una disciplina del padre, una lunga
indagine sulla funzione del ruolo paterno nello sviluppo della civiltà
(il padre dell'orda), nella famiglia (il padre-nemico-odiato dell'Edipo),
nella religione (il Dio-Padre delle religioni monoteistiche e Mosè,
padre storico degli ebrei). O per maggiore precisione, mi sento
di dire che Freud costruisce tutte le sue teorie indagando in particolare
il rapporto tra la figura del padre e quella del figlio. Anche qui
è possibile passare in rassegna i numerosi riferimenti su
testo di Freud: Edipo e Laio, Amleto, lo spettro di suo padre-morto
e suo zio Claudio, Adamo e Dio-padre, la Comunità dei fratelli
ed il padre dell'orda.
Come non notare che tutti i riferimenti freudiani riguardano sempre
la linea di confine tra il regno dei padri e dei figli ?
Di certo Freud non è il primo ad occuparsi della questione
del padre. La filosofia, le religioni e la letteratura avevano già
eletto il rapporto generazionale con il padre a dilemma principale
dell'uomo occidentale. Freud ebbe il merito di applicare ai ruoli
ed alle funzioni paterne, già conosciuti, il metodo d'indagine
psicoanalitico, scoprendone l'origine. In fondo la psicoanalisi
nacque proprio nel momento in cui Freud iniziò la propria
autoanalisi, dopo la morte del proprio padre, concentrando i primi
sforzi interpretativi sulla sua figura. Ma qual è dunque
il tratto distintivo che Freud isola per i padri ed i figli di cui
si occupa nei suoi scritti ?
Lo scontro generazionale era un fatto noto da sempre, come pure
il desiderio dell'incesto, tanto che Giocasta, madre di Edipo, già
ammoniva il figlio (nelle parole di Sofocle):"E tu non temere
di nozze con la madre. Già più altri in sogno si congiunsero
con la madre."
E così pure il padre che impone la legge era una vecchia
conoscenza di tutte le religioni. Ciò che Freud aggiunge
al sapere sul ruolo del padre è la sua possibile portata
eziologica, patogenetica nella cultura occidentale, da un lato,
e seguendo il Nietzsche del "Dio è morto", la sua
insufficienza come garante delle leggi che impone. Ma se di quest'ultimo
aspetto del padre scriverò nell'ultimo capitolo a proposito
de "L'uomo Mosè e la religione monoteistica", è
adesso del padre come "sintomo collettivo" (come nota
M.H.Brousse), che desidero riprendere le osservazioni di Freud.
Il testo da cui parte la mia argomentazione, si esaurisce nelle
ultime due pagine del secondo capitolo di "Introduzione al
narcisismo", che cito per esteso
"Se consideriamo
l'atteggiamento dei genitori particolarmente teneri verso i loro
figli, dobbiamo riconoscere che tale atteggiamento è la reviviscenza
e la riproduzione del proprio narcisismo al quale i genitori stessi
hanno da tempo rinunciato. L'ottimo indizio della sopravvalutazione,
di cui abbiamo già apprezzato il valore come stigma narcisistico
per quel che attiene alla scelta oggettuale, costituisce, com'è
ben noto, l'elemento dominante di questa relazione emotiva. Si instaura
in tal modo una coazione ad attribuire al bambino ogni sorta di
perfezioni di cui non esiste indizio alcuno se lo si osserva attentamente,
nonché a dimenticare ogni sua manchevolezza (a questo fatto
si riallaccia il misconoscimento della sessualità infantile).
Al tempo stesso esiste nei genitori anche la tendenza a sospendere
in favore del bambino tutte le acquisizioni della civiltà
al cui rispetto essi stessi hanno costretto il proprio narcisismo,
e a rinnovare per lui la rivendicazione di privilegi a cui da tempo
hanno rinunciato. La sorte del bambino dev'essere migliore di quella
dei suoi genitori; egli non deve esser costretto a subire le necessità
da cui, come i genitori sanno, la vita è dominata. Malattia,
morte, rinuncia al godimento, restrizioni imposte alla volontà
personale non devono valere per lui, le leggi della natura al pari
di quelle della società devono essere abrogate in suo favore,
egli deve davvero ridiventare il centro e il nocciolo del creato,
quel "His majesty the Baby" che i genitori si sentivano
un tempo. Il bambino deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati
dei suoi genitori: il maschio deve diventare un grand'uomo e un
eroe in vece del padre, la femmina deve andare in sposa a un principe
in segno di riparazione tardiva per la madre. Nel punto più
vulnerabile del sistema narcisistico - l'immortalità dell'Io
che la realtà mette radicalmente in forse - si ottiene sicurezza
rifugiandosi nel bambino. L'amore parentale, così commovente
e in fondo infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori
tornato a nuova vita; tramutato in amore oggettuale, esso rivela
senza infingimenti la sua natica natura."
In poche righe
Freud condensa un'enormità di osservazioni, dal contenuto
progressivamente sempre più caustico; se ancora oggi non
possono non toccare la sensibilità di un genitore, immaginiamoci
un secolo fa ! Procederò lentamente, considerando una frase
alla volta, come quando si deve parafrasare un testo. L'osservazione
da cui prende le mosse l'analisi di Freud consiste nello smascheramento
di una particolare forma di riattivazione del narcisismo infantile
nelle manifestazioni d'affetto dei genitori verso i figli. Freud
la definisce una "reviviscenza, una riproduzione" del
narcisismo, al quale i genitori avevano da tempo "rinunciato".
Il figlio quindi, la sua stessa presenza, riattiva un meccanismo
illusorio che già in precedenza si era mostrato fallimentare.
Si rimette in funzione la "macchina" dell'idealizzazione,
che a ben vedere non aveva mai smesso di correre, ma in questo particolare
frangente ripropone gli eccessi della sopravvalutazione infantile,
gli eccessi della "coazione", come scrive Freud, di "attribuire
al bambino ogni sorta di perfezioni". Non è difficile
accorgersi che Freud sta parlando dei genitori, ma le parole usate
sono le stesse che in precedenza ha usato per descrivere il punto
di vista del bambino. Salta agli occhi che tutto il delirio di onnipotenza
infantile, il rapporto morboso con la perfezione, con l'ideale,
appare non più come una manifestazione nata nella mente del
bambino, ma come una possibile interiorizzazione nel figlio dei
meccanismi di aspettativa e proiezione narcisistica che Freud osserva
sul versante genitoriale. Il figlio in sostanza, potrebbe riflettere
specularmente l'aspettativa genitoriale, sotto forma dell'incarnazione
immaginaria della perfezione. È difficile resistere alla
tentazione di fare un'illazione, di proporre una lettura tra le
righe del testo di Freud (più simile ad una provocazione
che non ad una ipotesi): che il desiderio stesso di concepire un
figlio prenda le mosse dalla frustrazione narcisistica dei genitori,
che riversano nel suddetto meccanismo di aspettative l'irrinunciabile
speranza di ricostruire l'ideale fallito, citando Freud, "rifugiandosi
nel bambino". Come se il figlio fosse una seconda possibilità,
uno spazio esente (ancora) dal fallimento narcisistico, proponendo
un meccanismo simile a quello di idealizzazione dei personaggi di
un libro o un film d'avventura, su cui lo spettatore proietta, "rifugiandocisi",
le proprie speranza vanificate nella realtà. Ho indicato
come Freud proceda sempre su un doppio binario: quello clinico,
singolare, del paziente, e quello speculativo, più interessato
alla storia della civiltà, ed ai suoi nessi con la psicologia
individuale. Nella pagina 461 che sto scorrendo, Freud annoda le
due prospettive, indicando la tendenza dei genitori "a sospendere
in favore del bambino tutte le acquisizioni della civiltà
[
]. Malattia, morte, rinuncia la godimento [
] non devono
valere per lui, le leggi della natura al pari di quelle della società
devono essere abrogate in suo favore".
Se si trattasse del finale di una favola per bambini, tutto questo
potrebbe commuoverci. Ciò che è descritto pare essere
l'amore totale, indefesso dei genitori, che sperano di poter evitare
(o nascondere ?) al figlio le avversità della condizione
umana, l'inevitabile contropartita della vita stessa; mi torna alla
mente l'esperienza del principe Siddharta, cui il proprio padre
fece vivere l'adolescenza rinchiuso in un castello dove tutto era
sottoposto alla censura di ogni elemento che potesse provocargli
l'incontro con il dolore: vecchiaia, malattia, morte. Il nobile
intento, l'eccesso d'amore, mostra subito il fianco quando Freud
ne mostra l'origine, la causa: "Il bambino deve appagare i
sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori". Ancora
una volta è la civiltà il "laboratorio"
di lavoro di Freud, che chiama in causa, prendendoli a prestito
dalla mitologia collettiva, le figure dell'eroe e del principe,
la cui corona pare poter tramutare un destino comune in una "immortalità
della perfezione"; come un Re Mida dell'Ideale, che può
dispensare tutto ciò che tocca dalle leggi della civiltà
(dalla castrazione, in termini freudiani). L'eccesso d'amore, dicevo,
mostra il fianco; si svela la portata opprimente di queste aspettative,
si svela l'impossibilità della condizione di figlio, impossibilità
doppia: impossibilità di essere un soggetto, che rimane nascosto
sotto l'insegna ideale delle aspettative e delle rivalse genitoriali;
e impossibilità di avere quel primo oggetto d'amore che s'incarna
nel genitore, rimanendo escluso da quello che solo a livello fantasmatico
è un triangolo edipico. Il dilemma occidentale pare configurarsi
nel dubbio: "come si fa a diventare un padre ?", come
ci si può divincolare, chiamare fuori dalla morsa delle identificazioni
e delle proiezioni genitoriali, che costringono il figlio nel recinto
patologizzante di un "Io" (costituito appunto dalle proiezioni
e identificazioni esterne) che è il vero sintomo?
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