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Dall'inconscio
all'Es
(evoluzione del concetto freudiano di inconscio)
La revisione
concettuale apportata da Freud alla teoria pulsionale con "Al
di là del principio di piacere" non poteva non andare
a modificare lo statuto del concetto cardine della psicoanalisi,
quello da cui e su cui tutta la nuova disciplina si era costituita:
l'inconscio. Quando nel 1922 con "L'Io e l'Es" Freud presenta
la nuova visione topica della psiche, del "vecchio" inconscio,
così come lo presentava Freud nei primissimi testi ("Studi
sull'isteria", "L'interpretazione dei sogni", "Psicopatologia
della vita quotidiana"), non rimane più molto. Decade
la sua opposizione topica rispetto all'Io (anch'esso rivisitato),
di cui reperisce delle parti inconscie, decade l'intercambiabilità
con il termine "rimosso", la sua genealogia è ricostruita
a partire dal termine "Es" preso a prestito da Nietzsche
attraverso Groddeck, ma ciò che più è mutato
è la sua funzione, nei modi e nei fini perseguiti.
Fino al 1920 l'inconscio era un concetto completamente semantico,
linguistico, dotato di una razionalità che ne faceva un produttore
di senso, capace di esprimere quindi il significato di una verità
rimossa, che ritornava dall'inconscio, inteso altresì come
luogo, simbolizzata metaforicamente nei sintomi. L'inconscio in
sostanza era una ragione altra, che trascendeva quella dell'Io,
e che comunicava attraverso i sintomi le verità non consapevoli
al soggetto. L'iniziale ottimismo terapeutico di Freud lo portava
quindi a fare dell'inconscio un luogo dotato di senso, che richiedeva
un'ermeneutica, una capacità interpretativa specifica. La
prima psicoanalisi era quindi depositaria del significato di siffatto
inconscio, era una disciplina che si autocandidava all'ermeneutica
totale, definitiva.
Ma tra il 1920 ed il '22 l'idea di Freud muta radicalmente.
Il tramonto dell'iniziale ottimismo terapeutico è in realtà
la constatazione dell'impossibilità di un'ermeneutica totale
dell'inconscio; questo dunque non è più considerato
come una ragione altra, ma si manifesta e s'incarna nella natura
acefala della pulsione, della spinta cieca verso un godimento autodistruttivo
che travalica qualsiasi logica razionale; una spinta senza senso,
che perde in questa sua corsa folle ogni possibile valore semantico,
che non esprime più nessun significato, nessuna verità
ultima, definitiva, lasciando al sintomo solo la funzione di luogo
di un godimento muto.
Se fino al '20 era un inconscio che "diceva qualcosa"
attraverso il sintomo, dopo il '20 diventa una zona d'ombra mai
completamente illuminabile, di cui qualche parte si sottrae sempre
ad una possibile interpretazione, ad una possibile significazione.
Si evidenzia cioè il passaggio da un possibile, conseguibile
sapere addizionale, laddove il sapere si concretizza nella reminiscenza
di ciò che era rimosso, quindi in una ricostruzione anamnestica,
ad un sapere sottrattivo, dove il sapere si reperisce nel su venir
meno, nel vedere il limite del conoscibile e del comprensibile,
cioè quella "roccia basilare" proposta da Freud
in "Analisi terminabile e interminabile", o altresì
quel "resto" lasciato nel corpo dalla pulsione di morte,
nel masochismo erogeno.
Scrive Freud
nel "L'Io e l'Es": "Constatiamo che l'Inconscio non
coincide col rimosso; rimane esatto asserire che ogni rimosso è
inconscio, ma non che ogni inconscio è rimosso. Anche una
porzione dell'Io, una porzione Dio sa quanto importante dell'Io,
può essere, e anzi indubbiamente è inconscia.(
)
Costretti quindi a istituire una terza specie di Inconscio non rimosso,
dobbiamo riconoscere che il carattere dell'essere inconscio viene
a perdere per noi in significato."
E poche pagine
oltre Freud, nell'illustrare il nuovo statuto dell'Io, introduce
la nuova istanza, l'Es, che descrive riportando le parole di Groddeck
come "la forza ignota e incontrollabile da cui veniamo vissuti".
Al di là della pittoresca quanto precisa definizione di Groddeck,
che già ne svela l'essenza non più decifrabile né
assoggettabile, Freud incastra il concetto preso a prestito da Groddeck
nella sua concezione della psiche:"Propongo di tenerne conto
chiamando "l'Io" quell'entità che scaturisce dal
sistema P e comincia col diventare prec; ma di chiamare l'altro
elemento psichico in cui l'Io si continua e che si comporta in maniera
inc, l'"Es" nel senso di Groddeck.", giungendo a
proporre una definizione nuova di "individuo":"Un
individuo è dunque per noi un Es psichico, ignoto e inconscio,
sul quale poggia nello strato superiore l'Io, sviluppatosi come
da un nucleo."
Al di là
della collocazione topica delle nuove istanze, che Freud stesso
ci invita a non considerare quali entità separate, mettendoci
in guardia dal sostanzializzarle, quello che di nuovo s'impone è
la visione di un inconscio originario, che s'incarna nell'Es, e
da cui e su cui si sviluppano le altre istanze, il che contrasta
con la precedente concezione dell'origine dell'inconscio, individuata
nel processo di rimozione. Da queste considerazioni presero il via
molte ipotesi (anche degli altri autori che circondavano Freud)
circa l'origine dell'Es e la possibilità di un'ereditarietà
dell'Es. Sebbene Freud non abbia fatto in tempo a scrivere nulla
di preciso in merito è impossibile resistere alla tentazione
di ricordare che nelle frammentarie annotazioni che questi prese
nell'estate del 1938, quindi poco prima di morire, contenute sulle
due facciate di un foglio che possiamo considerare il suo testamento
programmatico, l'eredità del percorso che avrebbe potuto
seguire, proprio Freud scriveva:
"L'ipotesi di vestigia ereditarie nell'Es muta per così
dire le nostre opinioni su di esso"
Non è mia intenzione né competenza quella di trarre
delle conclusioni teoriche della questione, ma proprio questo ci
permette di evidenziare la non dogmaticità dell'insegnamento
freudiano, la mancanza di uno statuto definitivo, immutabile, ma
la sua costituzionale apertura alla revisione continua, in nome
soltanto della prova clinica, del risultato terapeutico.
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