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Evoluzione del concetto di "Ideale" in Freud

Negli scritti di Freud fino al 1913 il ruolo dell'Ideale ha sempre goduto di una particolare attenzione. Ma fino ad allora la metapsicologia freudiana si riduceva ad una schematica suddivisione in Conscio, Preconscio e Inconscio, ipotizzando che tutti gli eventi psichici fossero spiegabili puntando l'occhio sulla linea di demarcazione tra l'Io della pulsione di autoconservazione e la pulsione sessuale. Con lo scritto del '14 "Introduzione al narcisismo" tale metapsicologia si arricchisce di nuove istanze intrapsichiche, delineate ancora soltanto in modo incompleto, che proiettano la ricerca freudiana verso le teorizzazioni della successiva seconda topica. Sono anni di transizione nella ricerca psicoanalitica; una volta superato l'ottimismo terapeutico iniziale, superati gli "anni d'oro" (come li definì Freud) della psicoanalisi, ha inizio una serie di approfondimenti sulle tematiche fondamentali (narcisismo, masochismo, il ruolo e lo statuto dell'Io…), che stravolgerà le concezioni topiche, dinamiche ed economiche del primo palinsesto psicoanalitico. Queste nuove istanze ruotano proprio attorno al rapporto del Soggetto con l'Ideale. Dopo aver studiato l'infanzia, smascherandone le sue componenti precocemente sessuali, ora Freud osserva come nello sviluppo successivo, nell'adulto, si presenti immancabilmente una nostalgia profonda per la perfezione narcisistica di cui ha goduto il suo Io nell'infanzia.

"Possiamo dire che un individuo ha costruito in sé un ideale rispetto al quale misura il proprio Io attuale […] La formazione di un Ideale sarebbe da parte dell'Io la condizione della rimozione. A questo Io ideale si rivolge ora quell'amore di sé di cui l'Io reale ha goduto nell'infanzia. Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo Io ideale che si trova in possesso, come l'Io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L'uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell'ambito della libido, incapace di rinunciare ad un soddisfacimento di cui ha goduto nel passato Non vuole essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia"
Non fa in tempo a comparire questo nuovo Io ideale, che poche righe oltre nella stessa pagina Freud continua: "si sforza di riconquistarla nella nuova forma di in ideale dell'Io. […] La formazione di un ideale dell'Io viene frequentemente confusa con la sublimazione delle pulsioni…." Inizia qui per il lettore di Freud una lunga serie di sovrapposizioni imprecise nell'uso dei due termini (Idealich - Ichideal), che hanno provocato molti equivoci nella loro interpretazione; tanto più che ai due termini, usati qui indubbiamente come sinonimi, si sovrappone in seguito il Super-Io. Se infatti nel '14 Freud postula l'esistenza di: "…una speciale istanza psichica che assolve il compito di vigilare affinché a mezzo dell'ideale dell'Io sia assicurato il soddisfacimento narcisistico, e a tal fine osserva costantemente l'Io commisurandolo a questo ideale." anticipando il ruolo di "istanza censoria" del Super-Io come collegato ma differente dall'ideale dell'Io, nel 1922, ne "L'Io e l'Es", sovrappone queste due istanze, indicando i due termini come intercambiabili: "…a cui va data la denominazione di ideale dell'Io o Super-Io…". Il ragionamento teorico che porta a quest'ultima confusione è esposto in precedenza:"…avanzare l'ipotesi che nel nostro Io si sviluppi un'istanza suscettibile di separarsi dal resto dell'Io e di entrare con esso in conflitto. L'abbiamo chiamata "ideale dell'Io" e le abbiamo attribuito come funzioni l'autosservazione, la coscienza morale, la censura onirica e l'influsso determinante del processo di rimozione." Ed infine, a complicare ulteriormente la comprensione dell'uso terminologico, Freud aggiunge:"Ci resta da menzionare ancora un'importante funzione che attribuiamo a questo Super-Io. Esso è anche esponente dell'ideale dell'Io, al quale l'Io si commisura, che emula […] Non vi è dubbio che questo ideale dell'Io è il sedimento dell'antica immagine dei genitori, l'espressione dell'ammirazione del bambino che li considerava come creature perfette. […] Torniamo al Super-Io. Gli abbiamo attribuito l'autoosservazione, la coscienza morale e la funzione di ideale. […] Il Super-Io è per noi […] l'avvocato dell'anelito alla perfezione."

È ben visibile come l'oscillazione tra la sovrapposizione e la separazione dei due termini (Super-Io ed ideale dell'Io), finisca in Freud per non stabilizzarsi, concedendo al Super-Io un triplo statuto che ingloba e si distingue al tempo stesso (come censore ed autoosservante) dall'ideale.
Nell'arco di tempo tra il '14 ed il '22, l'ideale assume quindi forme assai differenti, presentandosi prima come ideale che soddisfi il narcisismo del singolo soggetto, garantendogli una riedizione del narcisismo infantile, quindi come valore accomunante interiorizzato dal sociale: "L'ideale dell'Io schiude importanti prospettive per la comprensione della psicologia delle masse. Oltre al suo aspetto individuale, questo ideale ha un aspetto sociale: esso è anche l'ideale che accomuna una famiglia, un ceto, una nazione". Si potrebbe dire, in metafora, che l'ideale che prima doveva soddisfare il narcisismo infantile del singolo, in seguito assume lo stesso ruolo verso un "narcisismo collettivo" che sorregge nella sua essenza la struttura sociale, la civiltà, comportandosi come un mito collettivo accomunante.
Faccio un passo indietro. Nel '14 Freud scrive: "l'esigenza di formare un ideale dell'Io, su cui la coscienza morale è incaricata di vigilare, è scaturita nell'individuo per opera delle critiche che i suoi genitori gli hanno rivolto a voce, alle quali, nel corso del tempo, si sono associati gli educatori, i maestri e l'incalcolabile e indefinita schiera di tutte le altre persone del suo ambiente (il suo prossimo e la pubblica opinione)." È perciò già ben delineato lo sviluppo che proponevo, di un ideale da intendersi come difesa narcisistica, prima "familiare", quindi estesa man mano sempre più su scala sociale. È evidente che la questione concernente il rapporto del soggetto con l'ideale non è più riducibile all'universo chiuso del singolo individuo, ma diventa comprensibile solo ragionando su scala sociale, implicando le dinamiche collettive all'interno delle quali l'individuo si muove e dalle quali non può prescindere. La psicoanalisi non diventa per questo una psicologia sociale; Freud non abbandona mai il percorso d'indagine sul singolo individuo, ma comprende la necessità di muoversi oltre che nel passato del singolo, anche nel passato storico del genere umano. Più esattamente, fu l'allora discepolo prediletto C.G. Jung che per primo sentì l'esigenza di coniugare l'antropologia con le ipotesi della psicoanalisi, come dimostrano gli scritti "L'importanza del padre nel destino dell'individuo" del 1909 e "Simboli e trasformazioni della libido" del 1912. Freud riconobbe subito l'originalità dell'insistenza di Jung sulla funzione del padre nella cultura occidentale, mentre fino ad allora la ricerca psicoanalitica era concentrata sul ruolo della madre, e decise di intraprendere la ricostruzione storica sull'origine delle civiltà, che diventerà il nucleo di "Totem e tabù". In questo testo Freud analizza il processo di idealizzazione come l'evento fondativo del legame sociale, del patto sociale della comunità dei fratelli che rimpiangeva il Padre (dell'orda) ucciso, e del mito collettivo occidentale del Padre; e nel '14 in "Introduzione al narcisismo" non fa altro che rintracciare nell'individualità del paziente, proprio gli effetti di tale processo di idealizzazione, che anche nella vicenda chiusa del singolo si pongono a fondamento della sua soggettività.
Con la nuova teoria pulsionale che Freud propone nel '14, anteponendo le pulsioni di autoconservazione a quelle sessuali, che ora affiancano la libido narcisistica dell'Io a quella oggettuale, è infatti l'idealizzazione il meccanismo psichico che si offre all'osservazione clinica come il passe-partout che consente di comprendere il funzionamento della neonata libido narcisistica; il processo con cui il soggetto si propone di riconquistare lo stato di onnipotenza del narcisismo infantile: tutto il terzo paragrafo di "Introduzione al narcisismo" ruota attorno ad una genealogia dell'Ideale nella vita dell'individuo. "Lo sviluppo dell'Io consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario e da luogo a un intenso sforzo inteso a recuperarlo. Questo allontanamento si effettua per mezzo dello spostamento della libido su un ideale dell'Io imposto dall'esterno. […] Nei casi in cui tale ideale non si è sviluppato, la tendenza sessuale compare immutata nella personalità sotto forma di perversione. […] Quando si è innamorati l'oggetto sessuale assurge a ideale […] l'innamoramento […] si sviluppa in base all'adempimento di condizioni amorose infantili; possiamo dire che qualsiasi oggetto adempia a questa condizione viene idealizzato". "Viene amato l'oggetto che possiede le prerogative che mancano all'Io per raggiungere il suo ideale. Questo tipo di espediente ha un'importanza particolare per il nevrotico il quale, a causa dei suoi smodati investimenti oggettuali, è impoverito nel suo Io e diventa incapace di realizzarne l'ideale. Scegliendosi un ideale sessuale di tipo narcisistico […] il nevrotico cerca così una strada che a partire dallo sperpero libidico applicato agli oggetti, lo riporti al narcisismo. Si tratta della cura attraverso l'amore che di norma egli predilige rispetto alla cura analitica". In conclusione, è evidente quale sia nel '14 lo statuto dell'ideale (al di là della confusione tra le istanze che lo rappresentano); si tratta per Freud di una difesa artificiale, fantasmatica, che protegge dalle critiche dei genitori (prima) e della società (in seguito), presentandosi come una maschera attraente sull'Io scisso del soggetto; come un fine immaginario che vincola l'uomo, ponendosi come la meta irrinunciabile del nevrotico, che proprio nel non poter fare a meno della perfezione narcisistica, manifesta il suo sintomo ultimo, la sua inadeguatezza insanabile, strutturale. Inadeguatezza che Freud già scopre ruotare attorno all'irripetibilità della perfezione (supposta) del narcisismo infantile nella vita adulta, ma che comprenderà meglio solo nel '19 quando con "Il perturbante" e "Al di là del principio di piacere" concluderà l'indagine sul valore costituente dell'immagine e sull'incidenza della ripetizione nell'economia psichica del soggetto.
Ai fini del percorso che intendo seguire, diventa necessario rintracciare nei successori di Freud, l'uso differente dei termini fin qui trattati: Io-ideale, ideale dell'Io, Super-Io; visto che molti hanno cercato di dissipare l'enigmaticità lasciata da Freud a queste istanze. Come riporta schematicamente "l'Enciclopedia della psicoanalisi" curata da Laplanche e Pontalis: "Per Nunberg, per esempio, ideale dell'Io ed istanza proibitrice sono nettamente separati. Egli li distingue in base alle motivazioni indotte nell'Io: "Mentre l'Io obbedisce al Super-Io per paura di una punizione, obbedisce invece all'ideale dell'Io per amore"; ed anche in base alla loro origine (l'ideale dell'Io sarebbe modellato principalmente sull'immagine degli oggetti amati, mentre il Super-Io su quella dei personaggi temuti)." Mi permetto di far notare però come l'osservazione di Nunberg sembri non tenere in nessun conto il concetto di ambivalenza, che porta Freud a sovrapporre sulla stessa figura parentale, il padre, il ruolo di modello-ideale (amato e idealizzato) e quello più superegoico di rivale nell'Edipo, e di censore morale che punisce. Infatti Lagache parla di: "un sistema Super-Io - ideale dell'Io all'interno del quale egli stabilisce una relazione strutturale: "il Super-Io corrisponde all'autorità e l'ideale dell'Io al modo in cui il soggetto deve comportarsi per corrispondere all'attesa dell'autorità."

E sul versante dell'Io ideale? "Nunberg fa dell'Io ideale una formazione geneticamente anteriore al Super-Io: "L'Io ancora inorganizzato che si sente unito all'Es, e che non conosce ancora nulla che contrasti con ciò , corrisponde ad una condizione ideale…".[…] Lagache ha sottolineato una distinzione fra il polo di identificazione rappresentato dall'Io ideale e quello che è costituito dalla coppia ideale dell'Io - Super-Io. Si tratta per lui di una formazione narcisistica inconscia, ma la concezione di Lagache non coincide con quella di Nunberg: "L'Io ideale come un ideale narcisistico di onnipotenza non si riduce all'unione dell'Io con l'Es, ma comporta una identificazione primaria con un altro essere, investito di onnipotenza, cioè con la madre."
Nella comunità d'intenti di distinguere le due istanze (ichideal - idealich), risalendo all'origine dell'Io ideale, Nunberg segue quindi la strada dei meccanismi metapicologici solo interni al soggetto, mentre Lagache apre al primato dell'altro. Su questa strada lo segue anche Lacan: "Anche per Lacan l'Io ideale è una formazione essenzialmente narcisistica che trova la sua origine nello stadio dello specchio ed appartiene alla dimensione dell'immaginario"
Essendo il Super-Io introdotto da Freud solo nel '22, e volendo procedere nel mio discorso seguendo la cronologia dei suoi scritti, mi riservo di esaminare le problematiche concernenti tale istanza nel prossimo capitolo, per collocarlo nel contesto teorico che merita e richiede; qui mi vorrei soffermare sulle differenze che indicano Lagache e Lacan tra ichideal e idealich. Se Lagache indica: "…l'antinomia tra Io ideale e Super-Io - ideale dell'Io come la differenza tra identificazione narcisistica all'onnipotenza e sottomissione all'onnipotenza"
cogliendo quindi già l'asimmetria tra l'aspirazione del ruolo di figlio (il narcisismo infantile) e la necessaria sottomissione all'onnipotenza paterna che anche Freud indicava come il dazio imprescindibile verso l'identificazione idealizzante al ruolo del padre, in Lacan questo aspetto è ulteriormente accentuato: "Nella relazione del soggetto con l'altro dell'autorità, l'ideale dell'Io, seguendo al legge di piacere, porta il soggetto a dispiacersi in conformità al comandamento; l'Io ideale, a rischio di dispiacere, trionfa proprio nel fatto di piacere a dispetto del comandamento.[…] Queste istanze nel vissuto si offrono come miraggi: l'ideale dell'Io come modello, l'Io ideale come aspirazione". Sia Lagache che Lacan quindi, interpretano Freud separando un ideale soltanto narcisistico (che è quello proposto da Freud in "Introduzione al narcisismo"), da un ideale-modello che nel linguaggio lacaniano permette l'accesso al Simbolico, mentre in termini freudiani si ricollega alla natura ultima della civiltà così come era presentata in "Totem e tabù", costituita sull'idealizzazione del Padre ucciso, susseguente il senso di colpa. È evidente che la questione è qui soltanto introdotta, e che l'incidenza di tale interpretazione della metapsicologia freudiana, sarà comprensibile quando questa sarà articolata alle concezioni della seconda topica, muovendosi quindi sul terreno della definitiva teoria pulsionale del '20, quando l'introduzione della pulsione di morte darà un significato completamente nuovo al narcisismo ed al rapporto con l'ideale-modello. Ma quello che mi premeva, al di là dell'uso confuso che ne fece Freud, era sbinare, separare i due versanti dell'ideale che Freud stesso (nell'interpretazione di Lagache e Lacan) introduce nella metapsicologia come poli opposti d'attrazione per il soggetto: uno narcisistico, che ha a che fare con i meccanismi responsabili delle psicosi; l'altro, inverso, che combacia con la costruzione dell'Edipo, della nevrosi, della rimozione. Questo è il punto di non ritorno nel pensiero di Freud, che segna il limite della lettura di Gombrich. L'ideale di cui si occupa la psicoanalisi non ha uno statuto unitario; non è più valida la triangolazione soggetto-ideale-rimozione, che escluderebbe dalla coscienza ciò che non si adatta ad un non meglio definibile ideale. Il soggetto si trova piuttosto sospeso in mezzo a due categorie di ideali (se vogliamo, tra i due poli opposti dei registri lacaniani di Immaginario e Simbolico), due categorie, più nello specifico, seguendo Lacan, di "miraggi"; in metafora, possiamo immaginare l'individuo come colui che cammina nella strada di un set cinematografico, tra due file di scenografie di case (come nei vecchi film western), che altro non sono che facciate vuote, erette come sembianti, ma dietro cui non esiste nulla. Poste come miraggi: di un Io perfetto, ma irraggiungibile, da un lato (l'Io ideale che attrae la libido narcisistica nella parafrenia); di un modello raggiungibile pagando il costo della castrazione paterna dell'Edipo, dall'altro (l'ideale dell'Io, offerto dal padre al momento dell'uscita dall'Edipo). Se precedentemente ho dato per scontato il significato del registro Immaginario proposto da Lacan, non posso viceversa fare altrettanto per il secondo registro: il Simbolico. Se non altro perché il primo ha uno statuto ben definito e che rimane costante nell'evoluzione della teoria lacaniana, mentre il Simbolico assume nel corso degli anni, significati e perimetri differenti, in funzione dell'avvento del terzo registro del Reale, e dell'incrinarsi della funzione garantista dell'Altro sull'ordine Simbolico di cui sopra. È perciò necessario che io specifichi che quando mi riferivo alla metafora dei "miraggi", consideravo l'ordine Simbolico non nella sua prima versione, laddove si offriva (sullo "schema L") come l'unica alternativa valida alla specularità indesiderabile, patologizzante, dell'Immaginario, bensì nella sua revisione ultima, quando Lacan ne coglie i limiti, illustrati a seguito del famoso aforisma del "non esiste l'Altro dell'Altro".
Ponevo cioè già lo sguardo alle considerazioni che, muovendomi sull'opera di Freud, sono rintracciabili solo dopo il 1920, in funzione della pulsione di morte.

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