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Dalla fede religiosa alla
fede feticistica (nell'oggetto-sostanza)
Le religioni, tutte le religioni, hanno avuto il merito di cercare
di dare un senso a quella che i filosofi chiamano la "mancanza
ad essere", la mancanza strutturale del soggetto, il vuoto
di senso della vita. Tutte le religioni cioè hanno cercato
di rispondere con il concetto di trascendenza (rimandando cioè
alla fede in un Dio onnipotente), alla disperata ricerca di protezione
e di certezze che è propria di ogni essere umano. E bisogna
ammettere che, se guardiamo la religione a noi più vicina,
quella cristiana, fino a pochi decenni fa ci è anche riuscita
"su larga scala", cioè imponendo la propria prospettiva
come quella socialmente indiscussa; basti pensare che è stata
la religione di stato, tutelata dalla legge tanto da punire i bestemmiatori
o da discriminare i seguaci di altri credo differenti. È
riuscita cioè a imporre socialmente la fede in un'entità
superiore, Dio, attribuendogli il ruolo di garante e di tribunale
al tempo stesso. Questo quindi rispondeva bene, per chi sceglieva
di credere in Dio, alla suddetta domanda fondamentale dell'uomo,
cioè colmava bene la mancanza ad essere di chi era disposto
a credere nell'esistenza della divinità. Nessuno infatti
può negare il valore perfino terapeutico che le religioni
hanno avuto nel corso della storia, come ci confermano i proverbi
popolari che la descrivono quale "oppio dei popoli". Tralasciamo
i metodi usati per imporre questa fede: la santa inquisizione, le
crociate e tutto il resto, non è questo l'argomento che ci
interessa. Ma è un fatto evidente e risaputo che il secolo
scorso ha assistito allo sbriciolarsi di quel piedistallo di certezze
che reggeva l'edificio della fede religiosa; la filosofia prima
e la medicina poi, hanno sferrato un attacco radicale alle fondamenta
concettuali della fede religiosa. L'esempio forse meglio riuscito
di questo attacco radicale si incarna nelle parole di Nietzsche,
quando osservava con la lungimiranza che ne ha fatto il più
noto tra i filosofi moderni, che "Dio è morto".
Notate bene che Nietzsche non ha mai detto che Dio non esiste, ma
che Dio è morto. Differenza sostanziale, perché negava
in questo modo la sua inesistenza (cosa che spesso è sfuggita
ai suoi detrattori), giacché può morire solo qualcuno
che prima era vivo, qualcuno che prima esisteva. Nietzsche infatti
sapeva bene quale importanza avesse avuto il concetto di Dio nel
corso della storia dell'uomo, e gliela riconosceva, ma fu il primo
a capire che la sua funzione sociale era al tramonto, fu cioè
il primo a capire che socialmente la fede nel Dio onnipotente e
più in generale nelle promesse ultraterrene della Chiesa,
non poteva più funzionare, era destinata a perdere il suo
ruolo di garante universale. E infatti aveva ragione, i fatti lo
dimostrano: il crollo verticale dell'interesse per il culto, per
la fede, e delle stesse vocazioni interne alla Chiesa ne sono una
dimostrazione. Ma Nietzsche non aveva una sfera di cristallo, aveva
solo compreso quale rivoluzione stava toccando l'uomo e da quella
aveva potuto estrapolare una previsione sociale. Aveva capito la
stessa cosa che pochi anni dopo avrebbe compreso anche Sigmund Freud:
aveva capito che la spinta al piacere, all'abolizione della rinuncia,
alla libertà di godere, al superamento della morale, avrebbero
avuto di lì a poco la meglio sulla decrepita morale occidentale
in declino. Aveva capito cioè che dopo secoli di imperativo
categorico votato al "non devi, non devi godere", si sarebbe
instaurato un nuovo imperativo categorico del "puoi godere"
(anche se purtroppo questo ha subìto nel corso degli ultimi
anni una distorsione perversa in un "devi godere, se non godi
non sei niente", che è proprio l'imperativo categorico
in vigore oggi). Nietzsche lo spiegò con la frase "Dio
è morto", Freud invece inventò la psicoanalisi
proprio come metodo di auto-liberazione rispetto ai dogmi della
morale puritana, e non è un caso che parlò di "pulsione
di morte" e di "Es" ispirandosi proprio alle idee
di Nietzsche. Di lì a poco tutti avrebbero capito che l'uomo
moderno non si poteva più accontentare dell'attesa di una
ricompensa ultraterrena, il Paradiso doveva essere garantito immediatamente,
in terra, qui ed ora, senza attese, e nemmeno il timore delle pene
dell'inferno dantesco potevano più fermare la ricerca smodata
del piacere terreno. Anche il senso di colpa è largamente
caduto in disuso, è diventato fuori moda. Siamo infatti,
oggi, in un'epoca "senza attese", in cui il tempo è
sempre scandito da qualcosa, c'è sempre qualcosa: da fare,
da guardare, da comprare, da inseguire. L'elemento dell'attesa,
del rimandare, dell'ozio, è oggi socialmente assente. Il
momento in cui l'uomo moderno si trova nella dolorosa condizione
di attesa compaiono i nuovi sintomi: attacchi di panico, bisogno
compulsivo di colmare anche quel piccolo vuoto di tempo con qualche
cosa: oggetti, cibo, viaggi, piaceri, sesso, e via dicendo. Sono
oggi purtroppo applicabili all'essere umano le stesse leggi che
regolano la borsa, il mercato mobiliare, in cui un capitale tenuto
immobile, fermo, non investito, subito perde valore e scompare.
L'immagine con cui il linguaggio pubblicitario (dal quale noi psicologi
abbiamo sempre tanto da imparare) descrive l'uomo moderno è
quella di chi non può mai essere fermo, che non ha mai attimi
di attesa. Il momento in cui si ferma è game over, ha perduto
la partita, cioè diremo in termini clinici, incontra il proprio
vuoto, la propria mancanza, e reagisce con la depressione o con
l'angoscia. E quindi riparte nuovamente in un turbinio di modalità
alla moda per colmare l'attesa. Osservate come è tipico di
molti genitori estendere lo stesso principio anche ai figli: la
palestra, la piscina, il corso di inglese, di karate, poi quattro
ore di televisione, e la soddisfazione immediata di qualunque richiesta,
a domanda-risposta immediata con un nuovo giocattolo, vestito, ecc.
Ma sempre senza attese. Vi porto un ricordo personale della mia
infanzia: compilavo come tutti i miei giovanissimi coetanei l'album
delle figurine con le foto dei calciatori e una sera, come premio
per un mio successo scolastico mio padre mi regala 100 pacchetti
di figurine, tutti insieme. L'album era improvvisamente finito e
mi avanzavano doppioni a centinaia. Ebbene, dopo un istante di gioia
narcisistica nell'essere stato il primo a terminare l'album, ecco
l'inevitabile caduta nello sconforto: era finito il gioco e ne serviva
dunque un altro. Ero anche estromesso dal gioco dello scambio tra
amici, il classico "ce l'ho, mi manca". Potevo solo gioire
autisticamente con il mio oggetto completo, che, proprio in quanto
finalmente completo, mostrava il suo limite: cioè mostrava
l'impossibilità di colmare realmente, definitivamente, la
mancanza ad essere, e mi esponeva quindi alla necessità di
rimpiazzarlo con una nuova pseudo-mancanza.
È a partire da questo punto che Lacan ha teorizzato il "discorso
del capitalista" per spiegare come, dopo la morte di Dio, cioè
dopo l'abdicazione di Dio dal ruolo di garante sociale, di maschera
che copriva la mancanza ad essere, la funzione che fino ad un secolo
fa era svolta abbastanza bene dal concetto teologico di Dio è
ora delegata totalmente agli oggetti di consumo. Come illustra il
Prof. Recalcati, siamo davanti ad "una trasformazione della
mancanza strutturale del soggetto in una nuova mancanza che è
in realtà una psuedo-mancanza, ovvero un vuoto localizzato,
reso empirico, spostato all'esterno del soggetto, e che può
essere continuamente riempito e continuamente ri-generato dall'oggetto
di consumo". In altre parole una vera e propria "fede
feticistica" nell'oggetto o nella sostanza che può salvare
ed esorcizzare il soggetto dalla mancanza strutturale che lo abita,
anche se solo immaginariamente. Una mancanza localizzata cioè,
che illude che l'oggetto possa essere messo al posto del vuoto strutturale
del Soggetto. La legge del mercato, cioè il marketing, cioè
la pubblicità, dice esattamente questo: Avverti una sensazione
di vuoto? senti che ti manca qualcosa? Ebbene, noi abbiamo quella
cosa! Noi possiamo offrirti l'oggetto che ti manca. Noi ce l'abbiamo.
L'epoca del divorzio sociale (il divorzio di Giulietta e Romeo)
Se quindi da un lato l'oggetto viene elevato oggi a garante, a compagno,
a marito/sposa, a vero e proprio Dio (pensate al gergo: "che
bello quel vestito, lo adoro, è divino"), per contro
assistiamo ad un crollo verticale dell'Altro sociale (inteso come
altro - essere umano). Così come è crollato l'uso
di Dio, di Dio come qualcun Altro che può offrirci qualcosa,
anche le relazioni sociali, anche i legami sociali, sono oggi soltanto
degli "sfregamenti" (come scrive Pasquale Panella); questa
non è l'epoca del legame con l'Altro, ma del suo contrario:
del "divorzio dall'Altro". L'altro non è assente,
ma è evitato, non gradito, non invitato se non temporaneamente,
evitando in questo modo la contingenza dell'incontro con l'Altro.
L'Altro deve essere come un oggetto: gestibile, controllabile, deve
potersi spegnere a piacimento come un telefono cellulare, non deve
poter suonare sempre. L'altro non è necessario, ho già
i miei oggetti, quelli che mi offre il mercato. Il motivo per cui
un secolo fa "Dio era morto" per Nietsche, è dunque
lo stesso per cui oggi "L'altro deve essere come morto"
per il nevrotico contemporaneo: perché non regge il confronto
con la capacità illusoria dell'oggetto di provocare piacere,
di garantire un godimento senza attese e senza contingenze.
Ricorderete forse il film "Colazione da Tiffany" con la
splendida Audrey Hepburn, che quando si sentiva depressa, cioè
quando avvertiva un senso di mancanza, andava a visitare la gioielleria,
cedendo all'illusione che l'oggetto costoso potesse colmare il suo
vuoto. Però nel film la Hepburn finiva per scegliere un compagno,
un uomo al posto dell'oggetto. Era ancora un momento neo-romantico,
potremmo dire, in cui l'altro era ancora l'altro dell'amore, mentre
oggi se facessero un remeke del film adattandolo ai nostri tempi,
forse la Hepburn finirebbe per scegliere l'oggetto anziché
l'uomo amato. Per certi versi già i film di Marylin Monroe,
tipo "come sposare un milionario" ironizzavano proprio
su questo, nell'altro-uomo era cercato il denaro come strumento
che permetteva di avere molti oggetti, di ripetere all'infinito
la possibilità di colmare il vuoto con qualche oggetto.
È l'epoca, la nostra, per esprimerlo con un paradosso volutamente
ironico, del "divorzio di Giulietta e Romeo, del divorzio di
Renzo e Lucia", in cui l'oggetto o la sostanza si pongono come
"anti-amore", come alternative sempre più spesso
preferite al rapporto sociale o al rapporto di coppia.
Il rapporto con l'Altro è anche un rapporto che implica
il sesso, è un rapporto segnato dalla castrazione, dal doversi
mettere in gioco, mostrare i propri limiti, ma è un rapporto
che offre in cambio qualcosa: offre quello che Lacan chiamava l'oggetto
piccolo (a), cioè una sorta di risarcimento per la perdita
subita, e soprattutto offre l'S1 dell'identità, di un'identificazione
stabile, non sfuocata, non occasionale, non incerta come quella
cercata negli oggetti.
Mentre il rapporto con l'oggetto, sebbene abbia il pregio di non
essere segnato dalla castrazione, quindi di non esporre il soggetto
ad un confronto con la propria mancanza passando attraverso l'illusione
del godimento dell'Uno, chiede però in cambio molto: chiede
in cambio un neo-autismo, una solitudine col sintomo, un'assenza
di contingenza che porta allo spleen Baudelairiano, alla noia come
neo-sintomo, perché l'oggetto prima o poi mostra il suo limite:
non basta mai e non assolve al compito a cui è chiamato,
cioè non copre realmente, definitivamente, la mancanza ad
essere. L'oggetto, in quanto tale, non ama il suo acquirente, l'abito,
in ultima analisi, non ama il monaco. Come pure il cibo o il vomito
non amano la bulimica. (sebbene Lacan sostenesse il contrario, in
ragione del loro fare-uno)
Un esempio può essere la crisi bulimia dell'anoressica.
La pulsione, che è sempre sul lato dell'Altro, e non dell'oggetto,
invade la volontà del soggetto che cede senza controllo.
Allora ecco il ricorso al cibo in quantità eccessiva nella
convinzione errata che quel cibo possa colmare la propria mancanza.
Il ricorso al cibo perché questo è meno angosciante
dell'Altro - essere umano, dell'Altro - partner. Oppure l'esempio
del vomito: svuotare lo stomaco e poter quindi ri-mangiare, ruminare
ancora, sentire il cibo che scorre nell'esofago, senza staccarsi
mai dall'oggetto cibo, ma tutto senza senso, senza dare nessuna
teleologia, nessuna logica prospettica, tutto in un rituale folle
in cui il soggetto è schiavo dell'oggetto.
Si vede bene come sia fragile la linea di confine tra il "puoi
godere" che Freud e Nietzsche offrivano su un piatto d'argento
ed il "devi assolutamente godere" che si è instaurato
nel tessuto sociale contemporaneo, il "puoi" è
talmente difficile da gestire (non avendo un limite imposto dall'esterno,
ma chiamando in causa il libero arbitrio) che sconfina sempre in
un "devi" senza fine, senza limite, senza fondo. Come
per giocare a biliardo serve che ci siano gli spigoli che delimitano
il perimetro del tavolo da gioco, così, metaforicamente,
oggi la società gioca invece su un tavolo senza perimetro,
e senza buche, in un moto continuo ma senza scopo. Quindi il "puoi"
sconfina nel "devi" perché il "devi"
presuppone una inconsapevole delega all'Altro, una sottomissione
all'Altro sociale che decide per noi, che ci offre un limite che
rispetto ad un secolo fa è posto verso il basso anziché
verso l'alto (cioè è indicata una soglia minima anziché
massima: prima si diceva "non puoi godere più di così",
oggi si è ribaltato in un "non puoi godere meno di così")
ma il meccanismo come vedete è il medesimo. Allora è
facile capire come astenersi sia una strategia dolorosa ma comprensibile,
e l'ascesi rispetto al cibo, al sesso o alle relazioni sociali che
certe ragazze anche giovanissime mettono in pratica, è un
modo per porre un nuovo limite, per re-instaurare, inconsciamente,
l'imperativo categorico precedente del "non devi", che
offre il vantaggio ulteriore dell'evitamento dell'Altro, del suo
accantonamento, del suo annichilimento.
Mi tornano in mente le parole con cui il filosofo Manlio Sgalambro
spiega il suo disinteresse per la politica: "ch'io debba essere
governato da qualcun altro
" Cioè, c'io debba delegare
le mie decisioni, i miei valori, all'Altro. "Ecco da cosa nasce
il vero scandalo della politica". Manca una cultura del libero
arbitrio, della capacità di autogestirsi il "puoi",
e si ricade sempre, socialmente, in una necessità inevitabile
di reperire dei paletti, dei "devi o non devi" imposti
dall'esterno, cioè dall'Altro.
Ma la scelta dell'oggetto e il rifiuto dell'altro sono sempre destinati
ad un sicuro fallimento, ad una inevitabile perdita ben superiore
a quella richiesta dal legame sociale: la perdita dell'identità,
del tratto soggettivo specifico, unico, irripetibile. Chi sceglie
l'oggetto si fa oggetto, diventa oggetto, si sottopone alle regole
dell'oggetto: mercificato, indifferenziato, prodotto in serie; chi
entra nel regno dell'oggetto entra in un sistema del "tutto
uguale", del tutto senza differenze, senza identità
soggettiva, e senza amore (non nel senso romantico, ma inteso come
possibilità di riconoscimento reciproco, ti posso riconoscere
se sei qualcuno, se hai un'identità, se hai qualcosa che
ti distingue dagli altri, se non sei un oggetto tra tanti uguali,
se non sei sostituibile).
È in questo senso che il desiderio, se mi è permesso
aggiungere una definizione alle già numerose esistenti, è
sempre desiderio di un'identità. Propria e di un Altro che
ha un'identità. Laddove l'identità si offre come mancante
di qualcosa: non ha la completezza, peraltro solo immaginaria, dell'oggetto,
ma si offre con la bellezza del limite, dell'incompleto, dell'imperfetto,
che sono tutti modi per dire "mi manca qualcosa, quindi c'è
posto per te". Sul lato dell'oggetto invece non c'è
mai posto per l'altro, non ci sono né vuoti né mancanza,
ma solo la danza macabra di una perfezione illusoria.
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