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Contraddittorietà
del ruolo paterno in Freud
Abbiamo già
avuto numerose occasioni nei precedenti capitoli per constatare
la centralità del ruolo paterno nella teoria psicoanalitica;
la sua stessa origine Freud la ricollega alla propria autoanalisi,
iniziata non a caso dopo la morte del padre. Chi affronta la lettura
dell'opera di Freud può osservare come la figura paterna
venga continuamente riconsiderata in funzione del parallelo evolversi
della teoria analitica. Così si incontrano nell'ordine il
padre dell'Edipo, nella sua posizione ambivalente di nemico e modello-ideale;
il padre dell'orda, proposto in "Totem e tabù",
la cui uccisione sarebbe a fondamento della civiltà come
noi la intendiamo, ordinata da un sistema di leggi collettivamente
accettate; il Dio-Padre delle religioni monoteistiche che Freud
esamina negli ultimi quindici anni di vita, fino al padre dell'ebraismo,
Mosè, al quale dedica il suo ultimo voluminoso scritto pubblicato
nel 1938, quando già era fuggito a Londra per sottrarsi alle
persecuzioni razziali. Non è quindi improprio affermare che
la psicoanalisi (e con lei tutto il percorso di ricerca di Freud)
inizia e si conclude sui padri dello stesso Freud; all'inizio prende
le mosse dal padre biologico, più facilmente sovrapponibile
a quello edipico, per concludersi sul padre del suo popolo, il padre
dell'ebraismo e della religione monoteistica. C'è quindi
una questione sempre aperta sulla ricerca della propria origine,
che si allontana sempre più dal padre materiale, biologico,
per cercare di avvicinarsi ad una conoscenza di carattere storico
sull'origine intesa in senso collettivo, mostrando il passaggio
dal padre familiare al padre inteso come ruolo sociale e religioso,
che non perde però in questa accezione le prerogative parentali.
Quello che però emerge da una lettura a posteriori della
riflessione freudiana sul padre, è la contraddizione che
si evidenzia tra i diversi miti che questi propone. Mentre nell'Edipo
la morte del padre è la condizione del godimento, ossia è
uccidendo il padre che Edipo diventa il compagno della madre, nel
mito dell'orda primordiale la morte del padre è il principio
dell'ordine, l'inizio della tradizione del totem e delle leggi esogamiche,
quindi l'esatto opposto.
Comincia ad evidenziarsi già in questa che è soltanto
una delle numerose contraddizioni che ruotano attorno al ruolo del
padre, la difficoltà che si incontra nell'incasellarne la
funzione, nello stabilirne i confini teorici. Se nella triangolazione
edipica infatti il padre si trova come detto nella posizione ambivalente
di rivale, di contendente al corpo della madre ed al tempo stesso
di modello-ideale (ragionando più facilmente con l'ottica
del figlio maschio) a cui conformarsi, e da quella posizione ha
la facoltà di offrire come risarcimento alla rinuncia pulsionale
imposta con la castrazione un ideale dell'Io che diventa il passepartout
del figlio verso la possibilità di sublimare il desiderio
incestuoso, identificandosi a lui, il mito del padre dell'orda conduce
in direzione opposta. Il padre dell'orda proposto da Freud è
la negazione del padre dell'Edipo; è l'imposizione di una
legge assoluta che non concede nulla ai figli, escludendoli da ogni
possibilità sublimatoria, e questo conduce all'epilogo tragico
della rivolta e del parricidio. Ma al di là della veridicità
storica (non necessaria) dei miti utilizzati da Freud, vediamo come
questi offrano due versioni incompatibili, in reciproca esclusione,
della funzione paterna, specialmente se esaminata in relazione ai
concetti ad esso paralleli: l'ideale e la legge.
Nel padre dell'Edipo la legge è offerta dal padre, ma con
delle eccezioni, l'ordine è garantito dalla sua imposizione
di tale legge e l'ideale può essere offerto già dal
padre; nel padre dell'orda la legge paterna è cieca e l'ordine
è garantito solo da una seconda legge costruita dai figli
per evitare guerre fratricide, successivamente al parricidio. L'ideale
deriva quindi indirettamente dal senso di colpa dei figli che idealizzano
il padre appena ucciso, creando al suo posto la legge totemica.
Vediamo la radicale differenza tra l'ideale dell'Edipo e quello
del mito del padre dell'orda. Il primo è un ideale che ripaga
dell'assoggettamento alla legge della castrazione, il secondo è
l'effetto di un senso di colpa, ed è quindi un tentativo
tardivo e tragico di porre rimedio ad un crimine. Il primo è
un ideale fondato su un premio, su una ricompensa, il secondo su
una punizione auto-inflitta, un tentativo di una impossibile ricongiunzione
al padre morto nella forma dell'ideale totemico. Entrambi i miti
pongono dunque il meccanismo dell'idealizzazione a fondamento della
legge e dell'ordine, ma seguendo percorsi antitetici. Il figlio
dell'Edipo ama il padre, cui si identifica, facendo dell'ideale
dell'Io il mezzo attraverso cui diventare a sua volta padre; i figli
della comunità dei fratelli odiano il padre e ne prendono
il posto con un atto violento, cui segue l'ideale come rimpianto.
Naturalmente il mito del padre dell'orda ucciso, più ancora
che non quello dell'Edipo, è utile a chi legge Freud non
per la sua eventuale validità storica, ma unicamente per
la sua validità tecnica, contenutistica, riversabile nella
pratica clinica. Il padre dell'orda è in tal senso l'espressione
clinica di un Super-Io particolarmente rigido che scardina con il
suo eccesso di legge qualsiasi possibilità identificatoria,
idealizzante. Questo però, per quanto lasci aperte numerose
possibili interpretazioni, riguarda il Freud dei primi anni di teorizzazione
psicoanalitica.
Ma dopo il 1920, dopo la rivoluzione concettuale della pulsione
di morte, che statuto conserva o assume la figura del padre ? Ed
ancora, i concetti ad esso collegati, l'ideale e la legge, come
devono essere riletti, specialmente rispetto a quanto detto nel
primo capitolo, dove riportavo le considerazioni di Gombrich ? E
infine, come si conclude, con lo studio sul Mosè, l'analisi
freudiana del padre, che da un lato viene innalzato agli onori ideali
nell'Edipo (si pensi allo studio del personaggio di Amleto) e dall'altro
verrà criticato radicalmente, niccianamente, negli ultimi
scritti "religiosi" ?
Procediamo con ordine.
L'entrata in scena della pulsione di morte, come per tutti gli altri
concetti della teoria analitica, fa sentire i suoi effetti sulla
necessità di una riconsiderazione del ruolo paterno solo
con il ritardo necessario alla sua lenta definizione. La centralità
della riflessione sul ruolo paterno, inteso nella sua funzione che
prescinde dal legame biologico, emerge fin dai primi scritti significativi
che seguono l'entrata in scena della pulsione di morte: "Psicologia
delle masse e analisi dell'Io" e "L'Io e l'Es" propongono
già la funzione del leader nel legame sociale, e del Super-Io
come istanza intrapsichica, come le più dirette manifestazioni
degli effetti del ruolo paterno sui versanti rispettivamente sociale
ed individuale. E l'importanza che Freud attribuisce tanto alla
nuova istanza quanto al ruolo del leader nelle organizzazioni, rimanda
puntualmente a quella facoltà di articolare, imporre e vigilare
su una legge che garantisca sul funzionamento del sistema di riferimento,
sociale o singolare. In questo senso, riprendendo le considerazioni
che Freud espone ne "Il problema economico del masochismo",
già esaminate nel precedente capitolo, la figura del padre
è il candidato naturale al ruolo che consente l'estroflessione
della pulsione di morte, pur nei limiti imposti dal masochismo erogeno,
cioè in considerazione di quel "non tutto" in cui
Freud reperisce la natura originaria del masochismo. Il padre cioè
si delinea come la figura a cui spetta il compito di articolare
quella legge, sostenuta e resa accettabile dall'idealizzazione del
padre stesso e dall'identificazione a questi, che separa il soggetto
dall'oggetto fusionale delle sue prime relazioni oggettuali (il
corpo della madre nell'Edipo), la cui eventuale aderenza non segnata
dall'intervento paterno, dalla castrazione, propria dell'Edipo,
collasserebbe nella degenerazione tragica della psicosi Schreberiana.
L'intervento del padre, portatore della legge che vieta l'accesso
al primo oggetto del desiderio incestuoso, è infatti in tal
senso il fondatore della libido, della posizione nostalgica del
soggetto verso lo stato fusionale del fare-uno iniziale, la posizione
nostalgica della perfezione narcisistica infantile non segnata dalla
rinuncia pulsionale, secondo lo schema esposto da Lacan, quando
rileggendo l'epistola ai romani di S. Paolo osserva come la legge
sia essenziale al desiderio, al suo instaurarsi. È questo
in sostanza il modo con cui Lacan, nei suoi seminari dedicati proprio
alla figura del padre in Freud, rilegge lo statuto e la funzione
che l'opera di Freud gli attribuisce. Ma come cambia dunque alla
luce della pulsione di morte tale figura dominante del palinsesto
freudiano ? Sono propenso ad isolare due momenti successivi in cui
è possibile cogliere l'influsso della concezione della pulsione
di morte sul ruolo paterno: il primo nel periodo 1927-29, rintracciabile
nei due scritti, considerabili l'uno la prosecuzione dell'altro
"L'avvenire di un illusione" ed "Il disagio della
civiltà", in cui Freud affronta la problematica dell'esistenza
di Dio e della natura del messaggio salvifico che le religioni propongono
in suo nome, dedicandosi dunque alla versione più elevata
e complessa della funzione paterna; la seconda quando nel 1938 pubblica
"L'uomo Mosè e la religione monoteistica", in cui
esamina la figura del padre-storico del popolo ebraico di cui lui
stesso fa parte, rintracciandone il vizio d'origine, o più
precisamente l'irreperibilità storica dell'origine. Il primo
momento è contraddistinto dall'ateismo di Freud e dalla sua
sfiducia in una attesa salvifica, e la pulsione di morte si manifesta
qui nella necessità di una presa di coscienza dell'impossibilità
di mutare la natura tragicamente autodistruttiva dell'uomo, in ragione
di quel "non tutta" la pulsione di morte è estroflessibile,
che caratterizza come detto il masochismo erogeno, vero perno della
speculazione freudiana, il che lo porta a considerare criticamente,
con il cinismo di chi evita le illusioni, il farraginoso meccanismo
che fonda e sostiene la civiltà e le religioni, delle quali
pure coglie il valore globalmente e storicamente terapeutico. Ma
sulla scia di Schopenauer e Nietzsche prima di lui, ne coglie i
limiti: "E' soprattutto qui che gli dèi falliscono:
se sono essi a creare il fato, occorre dichiararne insondabili i
decreti; il più geniale popolo dell'antichità ebbe
l'intuizione che la Moira sovrastasse gli dèi e che gli dèi
stessi avessero i loro destini" . Anche Freud osserva sconsolato
come non esista nessun Dio cui sia possibile sottrarsi dalle leggi
indecifrabili del fato, nessun Dio che possa garantire sul futuro,
nessun Dio che non "abbia portato alla luce il nucleo paterno
che da sempre era rimasto nascosto dietro ogni figura divina: fondamentalmente
si trattò di un ritorno alle origini storiche dell'idea di
Dio"
La ricerca di Freud su una genealogia dell'idea stessa di Dio è
molto breve; dall'impotenza congenita dell'uomo al suo "ardente
desiderio del padre e degli dèi" il passo è breve
ed il ragionamento, semplice: l'uomo si crea un padre-ideale dalle
sembianze non più umane bensì divine, che sfugga,
almeno lui, alle leggi della natura, al marchio della castrazione
e, prima tra tutte, all'incomprensibilità della morte. Si
costruisce un ideale che immaginariamente possa garantire, consolare,
proteggere. Qui si svela la portata tragica dell'ateismo freudiano,
che cerca disperatamente un Dio
e non lo trova. Proprio dietro
a questa ricerca che cade nel vuoto di apre il baratro della pulsione
di morte, sull'inesistenza di un padre ultimo che non sia assoggettato
alle leggi di ciò che è vivente, che sia estraneo
al gioco conflittuale delle pulsioni che Freud riprende da Empedocle.
La ricerca cade nel vuoto sull'irreperibilità di un ente
che soddisfi questa condizione. Anche Dio è "mortale",
cioè soggetto alle leggi di natura di cui la mitologia religiosa
lo fa creatore. Paradossalmente (ed aforisticamente) anche Dio è
ateo! Si riapre il vecchio quesito irrisolto della teologia circa
l'origine del male
circa lo statuto del tradimento dell'angelo
caduto (Lucifero), che nella lettura psicoanalitica non si discosta
di molto da un conflitto edipico figlio-padre (come emerge in maniera
illuminata dal testo del "Paradiso perduto" di Milton).
Anche il padre, in conclusione, anche il padre che come portatore
della legge è il fondatore del desiderio, della libido del
soggetto (del figlio), che tramite la legge instaura l'erotizzazione
stessa del corpo del soggetto, come esposto da Freud nei "Tre
saggi sulla teoria sessuale", quello stesso padre è
però anch'egli assoggettato, segnato, marcato dalla legge
stessa di cui è portatore; non è estraneo a al limite
invalicabile di quel "non tutto" (mi riferisco ancora
al non tutta la pulsione di morte è estroflessibile del masochismo
erogeno) contro il quale il suo intervento agisce. Anche Dio, si
diceva, non soddisfa tutte le richieste e gli "appelli al padre",
non può mai essere il garante della legge che impone. Bisogna
ricordarsi che Freud è ebreo, e la sua simpatia finale per
il Cristianesimo, di cui dirò meglio in seguito, passa attraverso
il personaggio di Cristo, ovvero il Dio-padre umanizzato, incarnato,
che si fa mortale tra i mortali, e che sulla croce, di fronte all'orrore
della morte (del più umano dei sentimenti), vede cadere nel
vuoto il suo appello al padre, il suo "Eloì, Eloì,
lama sabactani" (Padre mio, Padre mio, perché mi hai
abbandonato ?). Se dunque dietro religioni e civiltà si cela
l'ormai noiosamente noto meccanismo di idealizzazione del padre,
già incontrato nel padre dell'Edipo e dell'orda, muta però
radicalmente lo statuto del concetto di "ideale"; questi
si scinde per certi versi, proponendo due differenti categorie di
ideali: una già nota, dell'ideale come difesa narcisistica
dall'incontro con l'angoscia originaria, l'angoscia del non poter
estroflettere tutta la pulsione di morte; ed una seconda diametralmente
opposta, in cui l'ideale rappresenta direttamente, svela, l'orrore
del desiderio ultimo del soggetto.
C'è un ideale quindi che va oltre quello del supporto narcisistico
che consente l'identificazione speculare al padre, è l'ideale
dell'inconscio, l'ideale che affonda le sue radici nella pulsione
di morte, ed è l'ideale finale di Freud, quando auspica una
"religione della verità" che passi attraverso l'assunzione
(la presa di coscienza) della pulsione di morte, della sua ingovernabilità,
del suo essere a fondamento del soggetto stesso, lungo il cammino
che propone una analisi. È questo il risvolto clinico anche
dell'ultimo saggio, "L'uomo Mosè e la religione monoteistica",
in cui Freud, mentre cerca l'origine storica del suo popolo, della
sua religione, e di sé stesso, affrontando il tema del Mosè
legislatore, che porta le tavole della legge, trova invece una serie
di idealizzazioni successive, di infingimenti e falsità storiche,
dietro alle quali si svela la natura affatto idealizzabile, anzi
addirittura multipla, del padre del suo popolo e della legge della
sua religione.
È qui che si infrange la lettura di Gombrich dell'estetica
freudiana: nel non tener conto in nessun modo (e per questo è
scusabile) della rivoluzione concettuale introdotta dalla pulsione
di morte, e quindi degli effetti che questa comporta nella revisione
di tutto il pensiero di Freud circa l'ideale. L'estetica freudiana
infatti, una volta smascherata l'origine parentale degli ideali,
dei valori e degli Dei, si propone solo come un'estetica della perdita,
dello svelamento della perdita originaria. Facendo un passo indietro,
vediamo ancora come vi sia un nesso profondo tra il gioco del rocchetto
su cui Freud costruisce la speculazione iniziale sulla pulsione
di morte ed i concetti appena esposti: in quel gioco infantile Freud
legge la prima forma di capacità di simbolizzare un'assenza,
di metaforizzare nel simbolo (il rocchetto) l'assenza della madre;
ma più ancora legge in quel gioco l'accesso del nipote alla
facoltà fondamentale dell'uomo, l'astrazione, cioè
la possibilità di sostituire la cosa (perduta) con la parola
, con il "Fort!" "Da!" che Freud vuole leggere
nelle prime articolazioni fonetiche del nipote. E non è un
caso che la psicoanalisi abbia sempre dedicato la sua attenzione
proprio alla parola, specialmente al suo venir meno, al suo incespicare,
a ciò che in parola non può esser detto, a quel qualcosa
che anche la legge della parola, del linguaggio collettivamente
condiviso non può simbolizzare, non può far uscire
dal soggetto. In questo senso si può dire che il non tutto
del masochismo erogeno è un "Fort!" perennemente
insufficiente, incompleto. Nessun "Fort!" basterà
mai ad estroflettere il resto di pulsione di morte che caratterizza
il soggetto. Concludendo, vediamo come l'interrogazione sul padre
e sulla sua funzione, termini su due verità contrastanti
e non conciliabili. "Da un lato infatti Freud si erge come
l'ultimo dei grandi moralisti dell'occidente per cui la psicoanalisi
diventa un vero e proprio esercizio del sospetto, uno smascheramento
del padre, capace di dimostrare, perseguendo la genealogia nicciana,
che tutti i padri, tutti i valori e Dio stesso in quanto valore
dei valori, Padre dei padri, non sono altro che riproduzioni immaginarie,
di natura inconscia, della soggettività umana: così
Dio stesso non sarebbe altro che l'idealizzazione nevrotica del
padre. Di qui la riduzione della religione ad una "nevrosi
collettiva", ad una estensione pubblica di un sintomo privato.
Da questo punto di vista la psicoanalisi è una sorta di genealogia
critica del padre, una critica materialistica all'ideologia del
padre." . "Dall'altro lato però Freud costruisce
una teoria dove il riferimento al padre viene conservato come un
riferimento insostituibile, centrale. Addirittura fondativo, è
la centralità che egli riconosce alla funzione paterna nell'Edipo".
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