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Sfruttamento depressivo
dei sintomi a causa organica
Nell'esperienza clinica si incontrano spesso pazienti in cui le
problematiche psicologiche che si è chiamati a trattare sono
conseguenza apparentemente diretta di sintomi organici accertati.
Disfunzioni sessuali quali il vaginismo, la sterilità o l'impotenza
non sono che alcuni dei numerosi esempi di deficit organici che
generano immancabilmente sintomi psichici; lo stesso può
esser detto per obesità, menomazioni post-traumatiche, difetti
estetici, eccetera. Ciò a cui si assiste nel passaggio dal
sintomo a causa organica a quello psicologico, e che merita un'attenzione
che spesso non ha avuto, è un processo reinterpretativo ad
opera del paziente, capace di attribuire al sintomo iniziale valenze
di comodo per la propria economia psichica. In termini più
semplici: il paziente, che avrebbe tutto il diritto di manifestare
un quadro depressivo o ansioso in risposta al suo problema a base
organica, finisce spesso per sfruttare inconsapevolmente quest'ultimo
come contenitore naturale del proprio conflitto psichico in corso,
così da trasformare il sintomo iniziale alternativamente
in un alibi, una giustificazione, un canale di comunicazione non
verbale: in termini freudiani possiamo dire che riesce a "edipizzare
la causa organica", cioè a trasferire su questa gli
investimenti psichici delle dinamiche edipiche. Il sintomo a causa
organica, che inizialmente (secondo l'eziologia medica) non compare
con secondi fini, non presenta cioè un vantaggio secondario
per il paziente, viene usato come una pedina importante sulla scacchiera
delle dinamiche edipiche familiari e non, e può essere usato
come merce di scambio, come autoaccusa o al contrario come indice
di una colpa esterna (di genitori, mariti, datore di lavoro), eccetera.
Viene cioè investito inconsapevolmente di significati che
inizialmente non aveva.
Si pensi ad esempio al fenomeno del Mobbing, che è studiatissimo
negli ultimi anni: un dipendente che accusa il proprio datore di
lavoro di oppressione psicologica e che porta come prova probante
un qualsiasi sintomo organico comparso nel periodo della presunta
oppressione e per questo ricondotto al conflitto con il superiore;
e magari, e non è raro, aggravato per un semplice meccanismo
di conversione isterica applicata al sintomo già presente.
C'è un chiaro attaccamento al sintomo, una sua irrinunciabilità
visto che torna utile per avvalorare le rimostranze verso il superiore.
E lo stesso potrebbe esser detto a proposito di alcuni sintomi organici
delle pazienti isteriche; una vastità di casi in cui l'eziologia
del sintomo organico iniziale non poteva essere ricondotta dogmaticamente,
come spesso avviene nell'approccio psicoanalitico, al conflitto
psichico in corso, ma che da questo viene successivamente "presa
in prestito" e sfruttata a proprio vantaggio. O per essere
più esatti, a vantaggio della pulsione di morte freudiana,
che nel conflitto costituisce il polo della pulsione autolesionista,
autodistruttiva e della resistenza alla guarigione.
A ben vedere poco importa ricostruire a posteriori quale sia stata
l'eziologia reale del sintomo, quale l'ordine causale tra psiche
e soma, tra organico e psichico; il quadro che la clinica ci mette
davanti non richiede per questo l'abilità di un archeologo
quanto piuttosto una capacità diagnostica differenziale tra
ciò che è propriamente del sintomo organico e quanto
attiene invece alle successive deformazioni dello stesso, alle attribuzioni
causali e agli sfruttamenti depressivi del medesimo. È di
questo che ci dobbiamo occupare, delegando alla medicina il resto,
che estranea dal nostro raggio d'azione.
Anche la letteratura ci viene in soccorso con una vastità
pressoché infinita di esempi di situazioni cliniche che sono
state sovrainvestite di significati successivi: le punizioni inflitte
dalle divinità pagane e cristiane per una colpa morale riempiono
le pagine di tutte le mitologie, dalla greca alla romana, e ancor
prima della Bibbia o dell'Epopea di Gilgamesh (che è il primo
testo conosciuto della storia dell'umanità), ed è
facile per chi applica il metodo psicoanalitico interpretarle come
espressioni superegoiche, cioè come punizioni autoinflitte
che gratificano masochisticamente il paziente portatore del sintomo
iniziale a base organica, che viene però accolto a braccia
aperte alla luce della sua supposta valenza sacra, con tutti i rinvii
al ruolo edipicamente paterno comune a tutte le divinità.
O ancora nella letteratura recente, intrisa di psicoanalisi, è
facilissimo trovare da Svevo a Joyce, da Anais Nin a Houellebecq,
da Moravia a Pirandello (e la lista potrebbe continuare), casi di
attribuzioni di significati successivi a sintomi organici, malattie
incurabili incluse, o di deformazioni interpretative che in barba
alla medicina ufficiale hanno trasformato in alta letteratura dei
semplici raffreddori di stagione.
L'attribuzione causale segue molto spesso una evoluzione lineare
che più o meno si può schematizzare così:
· Sfruttamento del sintomo come giustificazione, alibi.
· colpevolizzare genitori, mogli, mariti, ecc.
· colpevolizzare sé stessi (autoaccusa, masochismo
morale)
· gratificazione masochistica e conseguente resistenza alla
guarigione e alla cura.
· rifiuto di accettare la causa organica, fino alla negazione
(di essere malati).
È anche alla luce di queste considerazioni che diventa necessario,
a mio avviso, riconsiderare il perimetro del raggio d'azione della
psicoanalisi, che non resta più circoscritto, se mai lo è
stato, al conflitto interiore del nevrotico, ma investe anche il
campo della medicina interna nella misura in cui offre a questa
uno strumento indispensabile per un approccio completo alla malattia.
Pensare al sintomo solo come un malfunzionamento del corpo, come
una disfunzione da riportare al parametro normale, significa travisare,
o peggio ignorare, il significato del sintomo, ed equivale al malcostume
diffuso di chi afferma di aver letto un libro solo perché
ne ha guardato la copertina.
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