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Cosa c'è al di là del principio di piacere ?

"Ho scelto come argomento della mia indagine il tema della morte, dal quale sono approdato ad una singolare concezione relativa alle pulsioni"
Così scrive Freud in una lettera del 1919. Si riferisce al percorso di ricerca che lo porterà come noto alla stesura, lunga e travagliata, di "Al di là del principio si piacere". È un libro complesso, enigmatico, contraddittorio, che si sviluppa a partire da un inquietante pessimismo cosmico, che porta Freud a contraddire l'idea classica secondo cui il comportamento umano tenda sempre al piacere, fino ad affermare che la meta di ciò che è vivente è il ritorno al precedente stato inorganico, ovvero la morte. Si tratta oggi come allora di affermazioni scomode, che esulano dalla possibilità di una dimostrazione scientifica vera e propria, e che lasciano quindi inevitabilmente perplessi. Non a caso la tendenza più frequente tra gli allievi ed interpreti di Freud è stata quella di attribuire queste idee agli eventi luttuosi che lo colpirono nel periodo in cui scriveva questo testo, o ancora alla malattia (il cancro alla bocca) che di lì a poco si sarebbe manifestata. Si tratta di un'interpretazione molto nota e largamente condivisa del pensiero di Freud, a cui ha fatto seguito una lunga serie di obiezioni, prima tra tutte quella del diretto interessato che fornì le prove epistolari della non sovrapponibilità cronologica tra gli eventi suddetti. Anche questa è storia che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, rubando spesso la scena ai contenuti teorici e clinici che la nuova teoria pulsionale ha proposto.
Preferendo l'esame dei contenuti suddetti alle diatribe circa gli influssi della propria vita privata sui contenuti degli scritti di Freud, m'interrogo sui motivi che lo portarono a rivedere nuovamente la teoria pulsionale. È facile notare come il pensiero di Freud si muova sempre su due binari: un teorico-speculativo e l'altro pratico-terapeutico; chi abbia visitato il suo studio a Vienna può richiamare alla memoria la porta continuamente aperta tra lo studio dove svolgeva l'analisi con i pazienti ed il concomitante studio dove scriveva i suoi libri; c'era sempre cioè, fuor di metafora, un collegamento diretto tra la pratica e la teoria, che ne era conseguenza e mutava con le nuove osservazioni che gli offrivano le sedute. Negli anni 1885-1914 queste due dimensioni erano quindi rimaste sempre interlacciate, ed il progresso dell'una corrispondeva all'avanzamento dell'altra, in maniera bidirezionale, ma negli anni 1915-1919 questo meccanismo sembra incepparsi. La pratica quotidiana dell'analisi (peraltro molto ridotta dal periodo di guerra) porta Freud ad accorgersi che la precedente teoria pulsionale (e le teorie derivate circa masochismo-sadismo, resistenze nel transfert negativo, sogni d'angoscia, ecc..) non combaciavano più con la realtà della terapia, cioè non erano più in grado di spiegare tutti gli eventi incontrati e di reggere quindi alla prova del nove dell'applicazione tecnica. Con "Al di là del principio di piacere" Freud cerca il modo per ristabilire una connessione verosimile ed un parallelismo tra i due piani speculativo e pratico, e trova nella pulsione di morte l'elemento capace di sanare le discrepanze teoriche allora presenti e di giustificare fenomeni quali: la coazione a ripetere nel transfert negativo, il masochismo primario qui postulato, il dispiacere dell'Io nei sogni d'angoscia e di punizione.
Non è un caso che in questo testo la pulsione di morte sia proposta solo come una "ipotesi", e che Freud la sancirà come verità psichica solo in seguito, quando gli studi sul masochismo e sul Super-Io gli dimostreranno la tenuta clinica di questo nuovo concetto.
Ma cosa c'è dunque "Al di là" di quel principio di piacere che già ne "Il perturbante" aveva mostrato di non poter coprire la totalità degli eventi psichici ?
La risposta di Freud inizia in questo testo e prosegue negli scritti degli anni successivi, trovando forse la sua conclusione, la sua forma ultima ne "Il problema economico del masochismo" del 1924. In questo testo Freud, riprendendo quanto già detto nel testo del '20, osserva che se il principio di piacere non può più spiegare tutti gli eventi psichici, non è perché a questo subentri un nuovo principio, quanto perché può accadere che "il principio di piacere stesso risulti paralizzato, e in un certo senso narcotizzato" . Di seguito Freud propone un accostamento tra il principio di piacere ed i suoi precedenti storici, a cui Freud stesso si era ispirato inizialmente: la "tendenza alla stabilità" di Fechner ed il "principio del Nirvana" di Barbara Low; ed osserva come se inizialmente li avesse equiparati, nella convinzione che la psiche perseguisse un abbassamento della tensione (cioè degli eccitamenti esterni), vissuta come spiacevole, ora li deve differenziare, visto che la tendenza allo zero dell'inorganico soddisfa la pulsione di morte, e questo non si può ascrivere anche al principio di piacere. Ma Freud ha già osservato nel '20 come non sia insito nella natura dell'essere umano la ricerca soltanto del piacere, ma come questa conviva ed anzi debba difendersi dalla tendenza quantitativamente dominante della ricerca dell'indistinto, del ritorno allo stato inorganico che precedeva la comparsa della vita. Come si vede è un Freud che si interroga e che specula sull'universo, sulla comparsa della vita e sul suo legame con l'enigma della morte, accostandosi, pur con la sua morbosa indifferenza verso la filosofia, ai grandi pensatori che prima di lui si sono interrogati sui meccanismi ultimi dell'esistenza.
Il principio di piacere però, come detto, non è qui sostituito da un nuovo principio differente, bensì risulta "paralizzato, narcotizzato". La conclusione è quindi che non esiste un "Al di là" topico, che rimanda a nuove logiche, localizzate in un luogo altro, ascrivibile ad un principio differente, ma come scrive Derrida: "La pulsione di morte è là, nel principio di piacere, non c'è un al di qua e un al di là, la pulsione di morte non ci conduce al di là del principio di piacere, ma scava piuttosto una differenza in esso" . Quello che accade e che è osservabile è un vacillare, una paralisi, una narcotizzazione del principio di piacere; il principio del Nirvana ascrivibile alla pulsione di morte non è un principio differente, ma è un non funzionare più di quel "custode della vita psichica" che è il principio di piacere. È peraltro suggestiva l'associazione che qui propongo pur senza approfondirla, tra l'etimologia di narcosi (la "narcotizzazione del principio di piacere") e di narcisismo; è affascinante l'idea della sovrapposizione tra l'effetto patologizzante della specularità narcisistica e la paralisi del principio di piacere che schiude le porte alla ripetizione "demoniaca" della pulsione di morte.
Ecco che l'al di là e l'al di qua che sembrano richiedere una concettualizzazione topica, una scansione spazio-temporale come avviene per il "Fort-Da" del gioco del rocchetto del nipote di Freud da cui parte la speculazione di "Al di là del principio di piacere", si mostrano invece come inseparabili, indistinguibili. Come osserva Graziella Berto: "La barra tra il "Fort" e il "Da" cade, anche graficamente (…) Non c'è un al di qua, un qui, un presente in cui ci si possa fermare, poggiare il piede, senza che la sua compattezza venga meno…"

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