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Edipo a tavola

Psicoanalisi del cibo, del corpo e dell'alimentazione
(Dott. Matteo Mugnani)

Gli oggetti coinvolti nei disturbi del comportamento alimentare sono essenzialmente due: il cibo e il corpo. Il cibo evitato, divorato, vomitato, desiderato come pensiero ossessivo o temuto come oggetto fobico. E il corpo visto sempre attraverso il filtro deformante della patologia: troppo grasso, imperfetto, sporco, impuro, indegno, comunque lontano dall'ideale irraggiungibile di quella magrezza paradossale che confina con la morte. E' dunque impossibile tentare di comprendere il significato dei disturbi del comportamento alimentare, se prima non ci siamo interrogati sul valore psicologico del cibo e del corpo, sulla loro origine ed evoluzione storica, e sulle dinamiche umane in cui sono coinvolti.

Pensate per un attimo al cibo, al di là di tutti i significati evidenti che questo riveste nella quotidianità della vita di un adulto, al di là quindi anche del suo valore nutritivo. Se pensiamo al cibo applicando a questo oggetto il metodo d'indagine dell'antropologia e della psicoanalisi, cercando quindi il significato originario e infantile che questo ha avuto nel passato di ogni essere umano, non potremo non notare quanto segue.
Innanzitutto il cibo è il primo oggetto del mondo esterno con cui un neonato interagisce. È il primo oggetto, il primo in assoluto, il primo che sia necessario per sopravvivere: costituisce infatti il primo bisogno, la prima emergenza a cui dover fare fronte una volta esposti alle contingenze del mondo esterno. Se infatti il concetto di nutrizione esisteva già nella fase prenatale attraverso il cordone ombelicale, dopo la sua recisione lo stile di alimentazione necessita ovviamente di passare attraverso il rito della suzione del seno (o di un suo surrogato). Possiamo perciò dire che il cibo si offre come il paradigma di ogni altro bisogno che in seguito il nascituro si troverà costretto ad affrontare nella sua esistenza. Se innumerevoli sono le teorie psicologiche che vogliono ricondurre al momento traumatico della nascita (Otto Rank) il punto di scaturigine delle nevrosi adulte, è perché in esso effettivamente non si può negare che il nuovo soggetto venga esposto per la prima volta al concetto di bisogno, cioè di emergenza, di necessità, di mancanza di qualcosa la cui assenza genera dolore e comporta rischi tali da innescare per la prima volta il pensiero della morte, il concetto cioè che la sopravvivenza non è sicura, non è garantita come lo era nella vita intrauterina. Se ogni sintomo può essere, come scoperto da Freud, la risposta ad un senso di colpa (come vuole l'etimologia inglese, in cui SIN significa colpa, SIN-TOMO cioè luogo della colpa), non sorprende che la religione cristiana abbia assunto proprio la consumazione di cibo (la mela proibita di Eva) come paradigma di una condanna alla sofferenza terrena (la vita extra-uterina esposta alla sensazione dolorosa della mancanza e del bisogno) e all'ineluttabilità della morte.
Eccoci dunque dinnanzi al momento più toccante e delicato di tutta l'esistenza umana: un altro soggetto del mondo esterno (che a rigor di logica idetifichiamo con la madre), ci dona l'oggetto di questo primo bisogno, ci dona l'oggetto-cibo senza il quale la vita appena iniziata non potrebbe proseguire, a causa dell'incapacità del neonato di procurarsi autonomamente il cibo. Ecco dunque che questa madre ci dona, peraltro attraverso il suo stesso corpo, attraverso il suo seno pieno di latte, la materia prima della vita, obbligandoci a rubricare questo primo dono irrinunciabile come il paradigma dell'amore, come il modello originario di tutte le successive forme di dono ricevuto in nome di un moto spontaneo d'affetto. Ecco quindi che l'oggetto cibo si pone ai nostri occhi ormai curiosi come il paradigma del primo dono d'amore, del modello irripetibile del dono della vita, cioè ciò che più di ogni altro meriterebbe di suscitare la prima sensazione di gratitudine, ma al tempo stesso che obbliga il nascituro a sottoscrivere il primo debito della sua vita verso qualcuno.
Se parlavo di questo momento come il più toccante e delicato di tutta l'esistenza umana è perché, nel ricevere attraverso il seno materno il primo allattamento extra-uterino, il primo pasto, avviene anche il primo incontro con un altro soggetto del mondo esterno. Teniamo presente che nella mente resettata di un neonato il concetto di Altro, di Altro diverso da lui, non esiste, fino a quel momento ha conosciuto e sperimentato solo una sensazione di fusione con il corpo della madre, nulla esiste fuori da quella coppia unita, e questo primo incontro con un'entità esterna, con questo mistero di un mondo esterno a sé non è altrimenti immaginabile se non paragonato alla sensazione di stupore e timore che proverebbe un terrestre dinnanzi al primo vero extraterrestre, al primo soggetto di cui sia dimostrata l'appartenenza ad un mondo estraneo e sconosciuto, di cui nessuno mai potrà darci sufficienti garanzie sulle intenzioni. Il primo incontro dunque, la prima sensazione duale che interrompe in parte quella sensazione di unità conosciuta fino a quel momento. Il primo momento in cui si avverte la necessità di formare un Io che sia distinto dall'Esterno, dall'Io altrui. Dico "in parte" perché ancora nella mente del nascituro quel corpo esterno ed estraneo rimarrà concepito come parte di sé, come altro-proprio, prolungamento di sé, ma ormai la strada è segnata, il taglio è dato, e il tempo renderà presto onore al vero. Il primo incontro con l'esterno è un momento che necessita di un'ulteriore osservazione utile per chi si interessa di disturbi del comportamento alimentare. Tale incontro avviene in un luogo specifico, si concentra cioè in una zona piccola e delimitata: la bocca. È qui che inizia il rapporto con il mondo esterno e con l'Altro. Prima ancora che con gli occhi o con le orecchie, ancora in rodaggio al momento della nascita, la bocca è già al pieno della sua funzionalità e si propone come il primo canale d'entrata del mondo esterno. Dovremmo ricordarcelo ogni volta che ci troviamo dinnanzi ad un rifiuto di usare la bocca, che sia per mangiare o quant'altro. Lì, su quei pochi centimetri di pelle è avvenuto il famoso atterraggio degli primi extraterrestri, il primo incontro con ciò che è diverso da noi. Ma siamo solo all'inizio.
In questo inedito atto di suzione in cui si scorgono le prime tracce di masticazione (ancora senza denti), c'imbattiamo in un ulteriore paradigma: quello del piacere. Non c'è alcun dubbio infatti che l'allattamento rappresenta in assoluto la prima forma di piacere, nella fattispecie di tipo orale. Rappresenta cioè il primo incontro con la sensazione del piacere, che il neonato non ha mai sperimentato prima: cioè questo nuovo soggetto scopre tutto a un tratto che c'è un comportamento che coinvolge un altro essere esterno e distinto da lui, in grado di generargli una sensazione tale da desiderare che questa accada ancora e ancora, e che quindi orienterà, consapevole o meno, i successivi comportamenti in modo tale da ritrovarsi davanti a quella sensazione. Il primo incontro con il piacere non ha metafore possibili, è talmente invasivo, imprevisto, ed è talmente impreparato a tutto questo il nascituro, che sarà comunque un incontro devastante. Il vero trauma infantile di cui parlava Freud era in ultima analisi, non tanto un incidente spiacevole, quanto piuttosto l'incontro originario con la prima sensazione di piacere mai sperimentata. Modello e paradigma unico del piacere, di ciò che si vuole ancora, dunque del motore stesso di ogni ripetizione. E chi osserva i sintomi e li classifica, sa che la prima clausola di ogni eziologia clinica è proprio la ripetizione: il ripetersi sempre uguale di un fenomeno, di un sintomo. Ecco che qui siamo davanti al relè che innesca il meccanismo della ripetizione, ovvero di una certa forma del desiderio. Il desiderio che ritorni ciò che c'è già stato, ciò che già abbiamo sperimentato e che abbiamo gradito. Come se questo non bastasse bisogna evidenziare che il piacere di cui stiamo parlando non è un piacere qualsiasi, ma che porta già i tratti di un piacere erotico e corporeo: il cibo infatti funziona per il soggetto come condensatore di un godimento che, implicando l'Altro (il corpo dell'Altro e il desiderio dell'Altro), non può che essere erotico. Se Freud parlò di zone erogene, ponendo la bocca come prima di una serie, è perché quel primo canale orale d'entrata del piacere, è toccato dal marchio del primo godimento erotizzato. Chi ne avesse dubbi potrà verificare come durante l'allattamento al seno materno, l'indugiare del neonato travalichi le necessità fisiologiche del bisogno nutritivo, evidenziando la ricerca di un piacere d'altra natura. Ma la regola vuole che dove c'è sensazione di piacere, poco dopo possa subentrare la sua compagna di strada naturale: la colpa. Non c'è bisogno di citare i testi sacri delle religioni per constatare questa regola aurea, piacere e colpa sono sensazioni vicendevoli, reciproche, che si alternano. E dobbiamo per questo tenere bene a mente che il mangiare, il cibo, l'alimentazione, che come abbiamo visto incarnano lo scenario del primo incontro con il piacere, richiamano su di sé anche la prima inedita sensazione di colpa.
Abbiamo parlato di piacere, di ripetizione e di colpa, e all'orecchio allenato verrà subito in mente che stiamo maneggiando materiali pericolosi, di quelli che richiedono grande cautela. Dietro l'angolo infatti si affaccia inequivocabile un nuovo argomento che trova nell'alimentazione e nel cibo il suo modello di riferimento: la dipendenza. Se è vero infatti che il concetto di dipendenza è da ricondurre sempre all'Altro materno, è proprio nella fase di allattamento che possiamo rintracciare il modello primo di quella posizione subalterna in cui non si può prescindere da quella persona, da quel rito e da quella sostanza, in cui nel dipendere appunto dalla madre, si concede una proroga alla separazione, un rinvio dell'autonomia, che spesso tarda oltre il dovuto. Ogni alterazione di questi già delicati equilibri sarà materia d'indagine preziosa per chi si dedica alle tante figure cliniche della dipendenza.
Un altro aspetto del primordiale rapporto con l'alimentazione riguarda nuovamente la bocca, ma questa volta non come canale d'entrata, bensì d'uscita. Cioè che ne esce è la comunicazione con l'esterno, il pianto, il grido, il linguaggio ovviamente ancora analfabeta, con cui il neonato segnala alla madre la sensazione di fame, per riceverne le attenzioni e l'allattamento. Attorno quindi alla intricata questione alimentare si pongono perciò anche le basi di quel linguaggio che per quanto sia disarticolato sa già bene a quale interlocutore rivolgersi. La prima domanda cioè, da cui prende le mosse l'esigenza di comunicare e di parlare, è quella domanda di cibo di cui si diceva all'inizio. Quella domanda che diventa linguaggio nel momento in cui è interrotta dall'intervento dell'Altro materno che ne soddisfa il grido, trasformando il latte in una risposta dialettica. Paradigma dunque anche di questa prima forma di linguaggio fatto di domande e risposte e che lascia comunque spazio ad altri enunciati (i neonati infatti non piangono solo per fame), se non fosse che troppo spesso si incontrano madri che scambiano ogni lamento come una richiesta di cibo, tappando ogni possibilità dialettica con una pappa asfissiante e indesiderata. Il cibo e la fame sono dunque è anche un linguaggio. Una vera e propria lingua che nell'alimentazione assume una sua sintassi, un suo lessico familiare di cui gli psicologi e psicoanalisti dovranno ricostruire a posteriori le regole ortografiche e gli errori di traduzione. E' bene qui evidenziare anche come la questa prima forma di linguaggio che è il pianto, non sia altro che la naturale conseguenza biologica della sensazione di fame, sonno, freddo o dolore in genere del nascituro: dobbiamo perciò ricordare come l'origine della comunicazione, del bisogno stesso di comunicare qualcosa, deriva sempre da un'emergenza dolorosa che richiede l'intervento di un Altro che deve saper riconoscere il segnale inviatogli e rispondere in modo pertinente; questo per dire che il linguaggio e la comunicazione hanno sempre una natura tragica, dolorosa, anche quando e se finiscono per richiedere ed ottenere una risposta piacevole.

Abbiamo parlato finora del cibo come paradigma del dono d'amore, del piacere, dell'incontro, del linguaggio. Fino a qui, se non fosse per la colpa, che s'intravede costeggiando il piacere, potremmo tracciare un bilancio positivo. Ma non è così. Il cibo è anche e soprattutto causa di grandi sofferenze e motivo d'odio. Vediamo perché.
Se è vero come è vero che il cibo è il primo oggetto in grado di provocare la sensazione del piacere durante l'allattamento, è anche vero che questa sensazione non può perdurare in eterno. L'assimilazione del primo cibo materno è scandita da orari e da quantità razionate. E tra una razione e l'altra, dopo lo splendido incontro con la sensazione di piacere che questo genera, subentra il suo contrario. La perdita, la mancanza, il vuoto, la prima forma di lutto. Il paradigma perciò di ogni successiva perdita, perché per la prima volta si sperimenta questa sensazione doppiamente sgradevole perché dominata dall'angoscia della mancanza di ciò che era buono e rassicurante e perché resa ancor più amara dalla tensione fortissima verso la ricerca di una ripetizione della sensazione piacevole. Per di più con l'enigma costante di non sapere se quella fonte di piacere e sicurezza tornerà o meno. L'invenzione del ciuccio da masticare altro non è che un surrogato funzionante che illude il neonato che la suzione del seno possa protrarsi all'infinito, e tutti sappiamo quali pianti e sofferenze genera la sua sottrazione. Recentemente gli americani (maestri nell'incapacità di sopportare il dolore), hanno inventato uno strumento apparentemente inutile, ma capace di illudere che la perdita appena descritta non abbia mai avuto luogo: la gomma da masticare; un surrogato saporito del ciuccio infantile ed uno strumento notoriamente rassicurante su cui sfogare le piccole nevrosi quotidiane e gli attacchi di fame fuori orario.
Tornando al cibo…il fatto che questo sia disponibile solo in certi orari, limitati e prestabiliti dall'Altro, dall'esterno, e in quantità altrettanto misurate, espone il nascituro ad un incontro ulteriore: quello con la legge. La prima legge infatti, molto prima delle leggi sull'igiene che dominano il campo della cosiddetta fase anale di controllo degli sfinteri, in cui Freud intravedeva l'ingresso della funzione regolatrice paterna dell'Edipo, la prima legge è infatti incontrata nella regolazione del consumo di cibo, e ciò che più dovrebbe sorprenderci è che il giudice e garante di questa legge non è il padre edipico, bensì la madre. Sarebbe il caso dunque, a mio avviso, di relegare la dimensione paterna dell'Edipo (e dei suoi complessi) alla sfera dell'igiene che verrà, e di anticipare una specie di dimensione materna dell'Edipo all'allattamento e alle sue leggi orali.
In altre parole, se l'Edipo di Freud altro non è che l'incontro spiacevole con una legge che limita la possibilità dell'incesto reciproco tra madre e figlio, e più in generale che separa, attraverso l'introduzione di una serie di leggi, il corpo materno da quello del nascituro (teoria questa che rimane valida), è però il caso di parlare di un Edipo materno in cui la funzione della legge e perfino la separazione dei corpi distinti era già introdotta dalla madre. È infatti la madre che orchestra quella introduzione del significante della mancanza nel registro immaginario del nascituro, aprendo le porte al campo del simbolico, veicolato dalla legge stessa. Al padre rimane assegnato il ruolo fondamentale di terzo incomodo che presto giungerà a complicare le cose. Ma è già verso la madre che il neonato, o meglio il suo inconscio, punteranno il dito in nome di quella sensazione di dispiacere, di vera e propria angoscia che l'improvvisa sottrazione del primo oggetto di piacere genera. La madre dona, la madre toglie. La stessa fonte del paradigma dell'amore si trasforma nel modello primario dell'odio. L'odio per aver tolto, rubato, sottratto l'oggetto poco prima donato con tanto amore. Le frasi che intere generazioni di anoressico-bulimiche hanno rivolto nella privacy della seduta verso le proprie madri seguono questo modello: "doveva darmi di più, mi ha dato troppo poco, ne volevo ancora, sia di cibo che d'amore, eccetera". Perché poi la fregatura, anche per la madre più premurosa, è che il cibo si fa al tempo stesso veicolo di mera nutrizione calorica (che soddisfa il bisogno) e del segno d'amore (che soddisfa il desiderio), del segno cioè che la madre ha ascoltato il suo pianto, lo ha interrogato, si è dedicata a lei e l'ha nutrita privandosi di un pezzo di corpo, di latte, e di una quota del suo tempo. Ma di questa distinzione tra bisogno e desiderio, molti altri prima di me hanno già scritto e detto (da Lacan in poi), evidenziando la non sovrapponibilità delle due categorie. Bisogno che richiede l'oggetto materiale che sazia, e desiderio che richiede il segno, il simbolo d'amore, il sacrificio di qualcosa che non è materiale ma emozionale.
E infine, più di ogni altra cosa detta finora, il cibo è per eccellenza il primo modello e paradigma del desiderio. Seguendo il percorso classico voluto dalla filosofia e dalla psicoanalisi secondo cui il desiderio è la tensione verso il ritrovamento di un oggetto perduto e che ha generato una mancanza dolorosa, vediamo che il cibo e il seno materno dell'allattamento (quindi cibo e corpo insieme) si pongono in parallelo come la prima tensione di questo genere, la prima spinta pulsionale a ricercare ciò che è stato perduto. Quando poi interverrà sulla scena il terzo incomodo, che sia il già citato padre dell'Edipo, o semplicemente un fratello o una sorella (o altri ancora), il problema si ripeterà. Se ci spostiamo in un'età un poco più matura e consapevole, sostituendo il seno dell'allattamento ad una tavola apparecchiata, noteremo come le parole e le dinamiche familiari non cambieranno di molto: "ha dato più cibo e quindi più amore a mio fratello, ha servito prima mia sorella, ha paragonato il mio peso o il mio cibo a quello di un altro, e così via". Insomma il cibo si presta sempre per essere veicolo di dinamiche che coinvolgono l'Altro, che instaurano con l'Altro una domanda di attenzioni unilaterali e che degenerano nella sofferenza e nell'odio se e quando queste vengono disattese. Attraverso una metafora vorrei esprimere come il cibo si comporta spesso come il cavallo di Troia che si presenta donato come un segno d'amore ma che per i numerosi motivi appena esposti, può tramutarsi spesso in un infido portatore di pericoli, sofferenze e odio.
Se schematizziamo le cose fin qui dette, vediamo che il cibo è:

Cibo:

1° oggetto
1° bisogno
1° dono d'amore (paradigma dell'amore)
1° incontro con Altro (bocca)
1° situazione duale (Io - Altro)
1° piacere (paradigma del piacere) ' 1° colpa
1° dipendenza
1° domanda e linguaggio
1° oggetto perduto
1° incontro con la legge, lutto, limite, mancanza, vuoto (nel corpo).
1° motivo d'odio (paradigma dell'odio)
1° desiderio (perdita ' mancanza ' desiderio)
1° moto della pulsione


Storia dell'alimentazione
La storia dell'uomo si è evoluta parallelamente a quella delle abitudini alimentari. Le grandi rivoluzioni tecnologiche che hanno segnato il passaggio da un tipo di civiltà a quella più evoluta sono da sempre collegate ad un diverso rapporto con il cibo e la sua preparazione: dalla scoperta del fuoco e dei metalli nell'antichità, all'introduzione di elettricità ed elettronica nell'ultimo secolo (che hanno aperto la strada al mondo degli elettrodomestici da cucina), il rapporto tra abitudini alimentari ed evoluzione dell'uomo è rimasto sempre di reciproca dipendenza. Inoltre la possibilità di cuocere grazie al fuoco o di conservare (e quindi trasportare a distanza i cibi), hanno permesso all'uomo di sperimentare sapori nuovi e stili di vita prima impossibili, cambiandone di conseguenza la cultura e la filosofia.
E lo stesso vale per i luoghi che nelle varie epoche sono stati destinati alla preparazione e consumazione dei pasti: il concetto di cucina e di sala da pranzo non sono infatti sempre esistiti, ma sono la risultante (tutt'altro che definitiva) di un lungo percorso di modi e stili di rapportarsi all'alimentazione, cha va dallo sfarzoso triclinio dei pranzi luculliani dell'antica roma, dove si mangiava sdraiati, alla tradizione rurale dove uomini e animali mangiavano nella stessa stanza, dalle cucine delle case borghesi del XVIII-XIX secolo che rappresentava una zona periferica della casa destinata solo alla servitù (si pensi al Vittoriale di D'Annunzio che ancora conserva questa struttura), fino ai moderni loft urbani in cui invece cucina e sala da pranzo sono diventati il centro operativo e di rappresentanza della casa ed il luogo d'incontro e di unione della famiglia, non solo aperto agli ospiti ma addirittura status-symbol attraverso design e tecnologie all'avanguardia. Da luogo nascosto e periferico dunque a luogo da esporre e in cui ricevere. E durante questo lungo excursus si assiste ad un'altrettanto complessa evoluzione delle tecnologie e delle regole del galateo in materia di alimentazione, delle linee di design, della ricerca estetica e delle soluzioni d'arredo di questi luoghi. Cucina e Sala da pranzo sembrano rincorrersi sempre, alternando periodi di separazione (nelle epoche più ricche) ad altri di fusione e commistione. Per non parlare poi della moltitudine di utensili ed elettrodomestici che si sono succeduti in cucina e che hanno contribuito profondamente a modificare per sempre lo stile di vita dell'uomo e della donna. E' universalmente riconosciuto l'enorme valore che l'innovazione tecnologica domestica ha avuto nella rivoluzione dello stile di vita femminile e sociale.
E' per questi motivi che è importante studiare e comprendere l'evoluzione che hanno avuto e che avranno in futuro i luoghi e i riti dell'alimentazione, che tanto sono prossimi alle logiche dei disturbi alimentari, che come noto finiscono per evidenziare una sovversione al convivio e alle sue regole, ai suoi luoghi e ai suoi tempi: i digiuni e le abbuffate svolte in luoghi non destinati all'alimentazione (camere, bagni, supermercati, alberghi, cantine) e fuori dalla logica temporale dell'ora dei pasti (in piena notte o per molte ore di seguito).

Edipo a tavola
Il complesso di Edipo postulato da Freud non si esaurisce nei riferimenti alla tragedia di Sofocle e quindi alla questione dell'incesto consumato con la madre Giocasta e dell'uccisione inconsapevole del padre Laio. Il successo ancora oggi intatto dell'opera di Sofocle e delle teorie di Freud in merito, ruota attorno alle gelosie e alle invidie che in qualunque essere umano civilizzato si manifestano verso un Altro che possiede e che gode di un bene che pensavamo essere soltanto nostro, verso un Altro che ci spossessa dell'amore di chi credevamo avere attenzioni solo per noi, ed invece irrompe sulla scena e ci sottrae anche solo una quota di quell'amore e di quelle attenzioni. È questo che anche nella dietrologia dell'opera di Sofocle c'è alla base dell'odio inconscio di Edipo verso il padre Laio, ed è per questo che lo stesso sfortunato Edipo si riprende carnalmente il corpo della madre Giocasta, che fu suo in un'età di cui la sua coscienza non ha memoria, ma verso cui lo ha condotto il suo desiderio inconscio, ancora intatto. Al di là dei riferimenti eruditi con cui Freud assume come modello il dramma di Sofocle, la questione è tutta qui: C'è un Altro che gode come noi o più di noi di quel primo bene supremo che fu la madre o dei suoi surrogati successivi.
Se facciamo un passo indietro e ci posizioniamo nel momento cronologico in cui una madre ed una figlia/o sono ancora nella prima fase di vita, in cui la mente del neonato (e spesso anche quella della madre) tende a considerare questi due corpi come una cosa sola, l'uno prolungamento dell'altro, dotati di un solo Io, noteremo che in questa fase di pura simbiosi, dominata da una sensazione di fusione ed amore idealizzata in cui la madre è veramente "tutta per me", anche a livello nutritivo varrà lo stesso paradigma: "nutre solo me, ama solo me", nessun'altro gode di ciò di cui io godo, nessun'altro si nutre del mio cibo, della mia fonte di vita".
È centrale la questione del "nessun altro", né il padre edipico né nessun altro. È questa la fase in cui tanti letterati hanno voluto intravedere il mito collettivo del paradiso perduto, il modello di una perfezione e di una fusione originaria che permette di chiamare in causa il rapporto con la divinità.
La fase successiva è quella del vero e proprio Edipo freudiano. Subentra un terzo, solitamente incarnato dalla figura del padre biologico, che s'insinua tra il corpo del nascituro e quello della madre, e proibizione dell'incesto a parte, ne limita comunque la prossimità e l'appartenenza reciproca. In altre parole è il padre che viene a riprendersi quelle quote di desiderio e di attenzioni che nelle prime fasi della vita del nascituro, la madre ha dovuto dedicare in modo esclusivo alla figlia/o e che più in generale hanno soddisfatto il modello ideale del neonato, che è improntato come detto alla simbiosi. Anche a livello alimentare si assiste a qualcosa del genere: finita l'epoca dell'allattamento, la psiche del nascituro scopre con dolore che la madre torna ad essere colei che prepara il cibo e che sfama anche tutti gli altri componenti della famiglia, dividendo quindi con altri quelle sue attenzioni e cure di cui prima si era illuso di essere l'unico destinatario possibile. E sebbene nella società contemporanea esistano molte eccezioni a questo modello, la fantasia psicologica di fondo rimane la stessa nell'inconscio del nevrotico adulto, rimane cioè la convinzione che qualunque scenario familiare si sia presentato in seguito, in un primo momento si sia goduto di una unicità che è stata in seguito smentita, abolita o sottratta dagli altri.
È bene sottolineare che lo stesso principio vale in seguito per una lunga serie di oggetti e parole che negli anni dell'infanzia, dell'adolescenza e della vita adulta saranno i surrogati di quell'originario dono d'amore che è il cibo, surrogati sui quali ricadono le stesse logiche, le stesse dinamiche e che finiscono per riattivare questo primo nocciolo duro, questa pietra d'angolo in cui Freud con lungimiranza indicava la materia prima del transfert, e in particolare del transfert negativo.
È da queste notazioni che Freud prima e Lacan poi hanno potuto postulare il concetto di "complesso di intrusione", una particolare declinazione del complesso Edipico in cui l'oggetto d'odio, di gelosia e d'invidia non è più il padre, bensì le figure laterali dei fratelli e sorelle, o chi in genere si accosta all'oggetto di desiderio (le attenzioni e le preferenze genitoriali) da una posizione paritaria. È dunque un'estensione dei meccanismi del complesso edipico ad un proprio simile, verso cui si desidera prevalere e che si desidera scalzare dalla posizione di possibile rivale. Appunto un complesso di intrusione: la paura di qualcuno che può essere un intruso nel posto che sentiamo riservato a noi, nel posto privilegiato che nessun'altro ci sembra abbia il diritto di occupare.
Davanti a questo rischio le strade possibili sono prevalentemente due: si può accettare questa sfida e iniziare un braccio di ferro divorante con l'antagonista, con l'intruso, o ritirarsi dalla gara fin dall'inizio per arroccarsi in una torre d'avorio (come spesso è il sintomo), in cui l'altro non può avere sicuramente accesso. Basta pensare ai tantissimi casi di giovani anoressiche che abbandonano la tavola e mangiano o digiunano in un'altra stanza della casa, da sole. In sostanza si escludono sul nascere da un possibile confronto sul piano del convivio, della consumazione del cibo, cioè dal luogo in cui tutti i commensali sono trattati allo stesso modo, ma nel far questo, nel sottrarsi alla tavola cercano di attirare su di sé un'attenzione d'altro tipo, in uno spazio in cui gli altri non possono essere trattati allo stesso modo. Spesso un sintomo ha proprio questa funzione: creare un particolare che gli altri non hanno e che richiede cure ed attenzioni che distolgono il genitore dagli altri fratelli o sorelle. O più in generale comunque, creare una particolarità che rende unico quel soggetto, differenziandolo dagli altri personaggi che riempiono il suo quotidiano e con cui quindi si sente automaticamente paragonato. Inoltre c'è un altro aspetto che deve essere qui evidenziato. Ho detto di come sia particolarmente insopportabile il fatto che un altro goda al posto nostro. Ma possiamo radicalizzare questa posizione ed affermare senza tema di smentita che più in generale è insopportabile (per il nevrotico) il fatto stesso che l'Altro goda, indipendentemente dal fatto che l'oggetto di godimento sia inizialmente proprio o altrui. È la dimensione egoistica e narcisistica propria dell'essere umano e ben visibile nella clinica della nevrosi: l'Altro non deve godere, oppure deve godere solo all'interno di certe precise formule stabilite dal soggetto.

Il vocabolario dei disturbi alimentari
I disturbi alimentari hanno un loro vocabolario in cui sostantivi e verbi possono avere significati molto diversi da quelli del senso e del lessico comune. Masticare, deglutire, sputare, vomitare, e molti altri relativi al peso, al gonfiore, alle calorie, ecc, richiedono un'attenzione particolare perché possono contenere messaggi determinanti per la terapia. A volte questi termini sono utilizzati ossessivamente dalle pazienti, ripetuti a oltranza e svuotati del loro valore semantico, altre volte al contrario sono totalmente evitati, come fossero concetti rimossi, ed anche se il terapeuta introduce il termine, si assiste ad una chiusura e ad un rifiuto di affrontarli. Si assiste cioè ad un uso della parola il cui metodo d'indagine naturale è quello della psicoanalisi che a differenza delle altre tecniche di trattamento interroga ed approfondisce proprio il valore della parola, al di là del suo senso comune e della sua ortografia orale. Perché va ricordato che nella misura in cui parola, cibo e vomito passano attraverso lo stesso canale della bocca, spesso finiscono per sottostare ad una logica comune. E così come possiamo affermare che abbuffate, digiuni e vomito sono modi per comunicare qualcosa a qualcuno, quindi una forma paradossale di linguaggio dotato di senso e di regole ortografiche, e possiamo altresì dire che il rapporto con la parola, e più in dettaglio con le parole fondamentali del vocabolario anoressico-bulimico, rappresentano per noi dei veri e propri oggetti orali, la cui sintassi andrà interrogata al pari degli altri oggetti sintomatici: cibo, vomito, ecc.
Posso citare un caso, tutt'altro che raro, in cui una paziente parlava con disinvoltura del vomito e dei suoi rituali, ma le era impossibile pronunciare i nomi dei cibi; un misto di vergogna e angoscia le bloccava la parola sul nascere. O un altro caso in cui la parola era letteralmente divorata e vomitata con una tale voracità che i suoi discorsi erano lunghissime introduzioni di aria nei polmoni, fino alla vertigine della sazietà dei polmoni ormai pieni, seguite da opposti svuotamenti della stessa aria fino alla raucedine della parola asfittica, emessa quasi soffiando fuori con forza ogni residuo d'aria. Tralascio i dettagli di questi casi, ma è facile comprendere come sarebbe stato un enorme spreco non notare, non interrogare e non analizzare tali strani comportamenti, dietro ai quali infatti era riposta gran parte dell'inconscio di quei soggetti.
Masticare per esempio, è un atto che si presta a molte letture, non tutte collegate all'alimentazione: come non notare che masticare è anche un atto di distruzione orale dell'oggetto, un modo per spezzare, strappare, consumare l'oggetto, che dal ciuccio dell'infanzia alla gomma americana, conserva la sua identità rabbiosa, il suo accanimento orale, con ciò che ne consegue. Oppure che vomitare e sputare sono spesso sinonimi, come confermato da un lungo elenco di lapsus e sogni di pazienti anoressico-bulimiche. Il vomito per esempio non è un concetto unico, definito, sbaglieremmo se lo considerassimo soltanto come un rigettare all'esterno il cibo prima mangiato; spesso infatti l'emesi assume significati e funzioni che non possono essere ricondotte al cibo né al suo valore calorico, ma al puro gesto di espulsione, di sputo, di insulto, o addirittura può avere una funzione che esula da un significato dialettico-discorsivo verso qualcuno, come dimostrato dai molti casi in cui dopo l'espulsione, il vomito viene usato per mettere in atto dei rituali, viene cioè usato come destinatario di comportamenti specifici che vanno dalla conservazione a lungo termine alla distruzione attraverso rituali di combustione o schiacciamento, fino ad una nuova incorporazione orale. E l'elenco potrebbe proseguire a lungo. È chiaro quindi che limitarsi a considerare il vomito (e tutti gli altri oggetti e vocaboli) solo per il loro significato medico comune significherebbe chiudere gli occhi sulla logica di fondo dei disturbi alimentari.

E infine il corpo
Del cibo e dei suoi tanti significati abbiamo detto. L'altro oggetto dei disturbi alimentari è il corpo. Ogni volta che si parla delle cause dei disturbi alimentari, in particolare di anoressia e bulimia, accade sempre che qualcuno non resista alla tentazione di accusare il sistema dei mass-media, delle pubblicità e delle modelle sottopeso come ideali negativi che muovono il gesto imitativo delle ragazzine anoressiche. Si tratta di un luogo comune superficiale ed errato che in realtà non risponde all'interrogativo sulle cause, ma punta il dito verso una conseguenza delle stesse. È evidente infatti che se le modelle o gli ideali proposti dai mass-media presentano i tratti e le forme anoressiche, significa che a monte c'è un motivo collettivo che ha portato a valorizzare esteticamente queste paradossali forme corporee e queste condotte alimentari insensate. Non si può certo negare che l'immagine delle modelle sottopeso sulle passerelle o sulle copertine non sia un modello negativo che innesca una serie di imitazioni e ripetizioni che finiscono per ingigantire un fenomeno già esistente, ma identificare in essi la causa originaria del fenomeno anoressico significherebbe non domandarsi perché quei modelli estetici vengono oggi proposti con quelle fattezze malate, non domandarsi cioè perché la nostra cultura ha deciso di valorizzare esteticamente la morte e la malattia come modello ideale. Altresì significherebbe non voler notare come nella storia dell'umanità questo rapporto viziato con le forme del corpo non sia un'eccezione recente, ma una regola sempre presente. La storia dell'essere umano è infatti costellata di esempi che dimostrano come in nessun momento storico si è assistito ad un rapporto distaccato e non sintomatico verso cibo e corpo, e che in ogni periodo storico si è valorizzata socialmente una certa forma corporea, anche a discapito della salute e dell'estetica. Se ci limitiamo ad un breve excursus all'interno delle civiltà che hanno abitato il bacino mediterraneo, notiamo che:
1) I greci avevano un culto smisurato per la perfezione del corpo e male sopportavano ogni sua anomalia, e stabilirono un canone estetico, ancora oggi apprezzato (denominato canone di Policleto), fatto di proporzioni matematiche tra le diverse parti del corpo, come testimoniato dalle numerose statue giunte fino a noi, in particolare quelle raffiguranti gli atleti delle olimpiadi, incarnazioni del loro ideale. Naturalmente l'alimentazione era quindi pensata come un mezzo per raggiungere e mantenere tali proporzioni del corpo.
2) Gli antichi romani, almeno quelli benestanti, si abbandonavano a lunghissimi pasti che duravano anche intere settimane, sdraiati sul famoso triclinio (una specie di divano su cui si alimentavano stando orizzontali), ed è storicamente descritto come facessero ricorso al vomito tra una parte e l'altra di tali banchetti per poter continuare a mangiare, il che era simbolo di ricchezza e benessere. È facile notare la somiglianza di queste condotte con i fenomeni odierni della bulimia.
3) Poi è la volta dei popoli Barbari, gli invasori che valorizzano il corpo grasso, obeso, come una manifestazione di potere, di opulenza, di ricchezza, e perfino di benessere sanitario perché allontana lo spettro della fame e della sottonutrizione dei popoli poveri e sottomessi.
4) Nel Medioevo, fortemente influenzato dal cristianesimo e dalla sua morale, corpo e cibo vengono rubricati come strumenti del peccato, e quindi vengono valorizzati dalla morale dell'epoca i corpi anoressici delle sante ascetiche, magri fino allo scheletro, quindi esenti e distanti dalle tentazioni della carne, anestetizzati verso il piacere, e per questo venerati. Il fatto che molte sante ascetiche fossero di fatto anoressiche morte di stenti e mortificazioni, passava in secondo piano.
5) Dopo l'oscurantismo medioevale, secondo cui il corpo corrispondeva al male in quanto luogo del piacere diabolico, nel rinascimento si assiste ad una reazione forse anche eccessiva e di segno opposto, secondo cui invece il corpo, proprio perché luogo del piacere, è strumento e simbolo della rinascita culturale in atto, che allontana lo spettro della colpa morale, come testimoniato dai quadri di Tiziano, abitati da corpi floridi, sensuali, giovani, in piena salute, e dai banchetti delle corti. Salute e piacere tornano quindi a convivere.
6) L'illuminismo valorizza l'efficienza e la produttività delle nascenti fabbriche, ed ha bisogno quindi di copri magli ed in piena salute, veloci, agili, inarrestabili come le macchine, perché la malattia non produce, non rende, e non può quindi integrarsi nella nuova società dei consumi, e deve quindi essere rinchiuso nelle nascenti cliniche e catalogato secondo delle patologie. Il corpo malato è dunque oggetto di diagnosi e terapie, perché deve guarire a tutti i costi, pena la condanna ad una nuova forma di condanna, non più morale ma scientifica.
7) Per non parlare del rapporto con il corpo femminile, che da sempre ed in pressoché tutte le culture è oggetto di fobie e timori, come dimostrato dalla tendenza a coprirlo in medio oriente con il burka o il ciador, o a modificarlo artificialmente in occidente con la chirurgia estetica, due modalità opposte ma che perseguono lo stesso fine ed affermare la stessa cosa: che la natura del corpo è inaccettabile, che bisogna intervenire per cambiarla o nasconderla, perché il corpo così come è disegnato da madre natura ha qualcosa di angosciante, di incompleto o di imprevisto, e per questo da sempre gli esseri umani si affannano a proporre ed imporre modelli estetici e canoni di bellezza in linea con la cultura e con i timori della loro epoca storica.
Se gli ultimi decenni hanno visto sfilare in passerella così tanti corpi femminili anoressici è perché questo nuovo canone estetico ha ottenuto un valore sociale nel nuovo assetto delle cose: nel mutato ruolo della donna e della madre, nella crisi della struttura convenzionale della famiglia e della funzione paterna, e se abbiamo assistito a questa tendenza collettiva ad eliminare ogni insegna della femminilità classica, è perché questa ha solo abdicato per cedere il posto ad un nuovo modo d'essere donna, incarnato in un modello ancora in divenire, che muta rapidamente come rapidamente mutano i sintomi più diffusi da un decennio all'altro.
Il caso della modella inglese Kate Moss rappresenta un paradigma del mutamento dei canoni estetici moderni. E' con lei infatti che il binomio modelle=anoressia (cioè malattia=bellezza, morte=ideale estetico) si è imposto sul mercato della moda, riproducendosi inevitabilmente in forma patologica sui corpi delle teenager di mezzo mondo. Il suo corpo deformato per difetto rispetto ai canoni estetici della femminilità classica, delle donne formose del cinema degli anni '60, rispetto al canone della maternità, ha suscitato negli anni '80 sia indignazione che attrazione. L'anoressia esposta sulle passerelle e sulle copertine è diventata infatti un enorme business che si è ripresentato fedelmente nel campo clinico in forma di digiuni restrittivi, diete ascetiche, e pratiche di svuotameneto del copo (vomito, farmaci anoressizzanti, ginnastica compulsiva). L'anoressia in pochi anni è diventata non solo una moda, ma addirittura si è imposta come il modello unico di una nuova femminilità, di un modo nuovo di essere donna. Il corpo di Kate Moss e delle tante altre modelle anoressiche, si trasformò in questo modo in un feticcio sociale che con la sua morfologia deformata per difetto incarnava l'emblema della mancanza, non solo della carne, quanto piuttosto della mancanza dei presupposti formali della femminiltà: si propose cioè come un corpo de-femminilizzato, senza le insegne del corpo femminile: senza le curve femminili, in amenorrea, che contraddiceva la maturazione biologica, il passare del tempo, l'invecchiamento, spingendosi in un territorio estraneo alle sembianze umane disposte da madre natura. E infatti quelle forme erano dis-umane, oltre che de-femminilizzate. Incarnavano cioè un tratto di morte, di patologia, di malattia, elevata paradossalmente a modello estetico, e che diveniva inaspettatamente oggetto di desiderio maschile e di imitazione femminile. Segno evidente che a mutare non sono stati tanto i corpi, quanto i canoni estetici e i desideri inconsci correlati. Quindi anche i sintomi sono sensibili alle mode: se gli anni '80 sono stati gli anni dell'anoressia, il decennio successivo ha visto un rapido passaggio dall'anoressia alla bulimia come sintomo più diffuso, e negli ultimi anni addirittura all'obesità. Un'inversione di tendenza, dal NO categorico dell'anoressia alla disperata accettazione della bulimia e dell'obesità che dicono SI a tutto nel rituale dell'abbuffata, che ha invaso ovviamente anche il mercato dell'immagine.
8) E la società attuale? Da quale logica estetica è sorretta? L'opinione diffusa è che negli ultimi anni si sia insediato attraverso pubblicità e mass-media l'imperativo categorico di dover avere un corpo magro, simbolo di una bellezza contemporanea, ma che questo stesso corpo deve essere anche la sede di un godimento inesauribile. Da questo connubio impossibile, da questa doppia coercizione, già ben analizzata da molti autori prima di me, prende forma la logica perversa dell'educazione moderna: godere e dovere insieme, godere sempre ma restando esteticamente perfetti. È per questo che i pubblicitari più attenti hanno prodotto recenti spot che propongono o promettono una nuova forma di piacere, che oltre ad essere esente dal peccato, non scalfisca il corpo, né da un punto di vista calorico, né cronologico, né estetico. Perché la vera colpa morale oggi s'incarna in qualsiasi alterazione del modello estetico di bellezza proposto dal tubo catodico o dalle sue imitazioni. D'altra parte il connubio tra purezza morale e bellezza non è affatto nuovo: nel medioevo il giudice di un processo, tra due sospettati, condannava quello meno avvenente e scagionava quello esteticamente più gradevole.

(continua...)

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