"Le superstizioni alimentari italiane" è il frutto di una analisi storica e psicologica sulle superstizioni, le scaramanzie, i tabù e le credenze popolari connesse con il cibo e l'alimentazione, ideato e realizzato dal Dott. Matteo Mugnani.

Il Format di "Gastro-sofia: le superstizioni alimentari italiane" è stato ospitato all'interno della manifestazione internazionale della "VI° settimana della lingua italiana nel mondo" (del 2006, dedicata a "il cibo e le feste nella tradizione italiana"), organizzata dal Ministero degli Esteri in collaborazione con le Ambasciate Italiane, dove è stato presentato dal Dott. Matteo Mugnani, in forma di Conferenza-Spettacolo, nel teatro della Associazione Dante Alighieri presso la Casa D'Italia di Maracay (Venezuela).

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Ogni giorno usiamo proverbi, superstizioni, scaramanzie, tabù, di cui però non conosciamo il significato, nè l'origine. Facciamo cose, per scaramanzia, senza sapere perché le facciamo; la nostra cultura ha dimenticato di spiegarci il perchè delle cose che facciamo; celebriamo feste e riti senza comprendere il senso. E quando non si sa più perchè si fa qualcosa, o perchè si ritiene che una cosa porti sfornuta o fortuna, significa che si è rimasti culturalmente soli, senza più un dialogo aperto e reciproco con le nostre origini culturali.

Vi sono molte versioni, non contrastanti tra loro, sull'origine del concetto di superstizione: la più condivisa, proposta già da Lattazio, è che si tratti di qualcosa di "supertite", un avanzo delle antiche tradizioni pagane; mentre Cicerone riteneva che derivassero da "superstites" (superstiti), cioè invocazioni agli Dei affinché risparmiassero i figli dalle loro ire funeste; in modo simile S.Agostino le faceva risalire al verbo arcaico "superstito", cioè preservare, far durare, sopravvivere. E' evidente dunque la comune origine di scongiurare una morte (propria o altrui), come già accadeva in tutti gli antichi riti pagani della tradizione pre-cristiana.

Oggi in pochi saprebbero dire perchè il numero 17, essere in 13 a tavola, il colore viola o il fatto di passare sotto una scala sono ritenuti portatori di sfortuna, eppure quasi tutti, se possono, li evitano automaticamente o almeno li esorcizzano con qualche gesto scaramantico, come il fatto di toccare ferro, legno, o determinate parti del corpo. Ma anche in questo caso pochi sanno perchè quei gesti avrebbero un effetto protettivo contro la sfortuna. Anche il cibo e l'alimentazione, come era prevedibile, visto che nel passato i periodi di carestia erano frequenti e mietevano moltissimi morti, sono stati oggetto di innumerevoli riti scaramantici, superstizioni e tabù. Vediamo di esaminarli e comprenderne l'origine e il significato.

Ah, dimenicavo, per chi si stesse ancora chiedendo il significato del numero 17, dei 13 a tavola, del colore viola e della scala, dunque: il numero 17 è ritenuto sfortunato per due ragioni, la prima è che la tradizione vuole che il giorno della crocifissione di Gesù Cristo, fosse caduto nel giorno 17, la seconda è che in numeri romani, il 17 era scritto XVII, che anagrammato compone la parola VIXI, che in latino significa "vissi", ovvero "non vivo più, sono morto". Il colore viola è detestato originariamente solo dagli artisti, perché nel medioevo, durante la pasqua (il cui colore religioso è il viola), venivano apposti dei drappi di colore viola sulle finestre delle chiese, e in quei giorni venivano vietate tutte le forme di rappresentazioni teatrali pubbliche nelle piazze e nelle strade delle città, per rispetto della passione di Gesù, così che gli artisti di strada, non lavorando, facevano la fame. Anche essere 13 a tavola riguarda Gesù, perchè durante l'ultima cena a tavola erano appunto in 13, e poco dopo Gesù fu tradito e ucciso. Essere in 13 a tavola dunque, è considerato da allora un presagio di tradimento e di morte. Per quanto riguarda il fatto di passare sotto una scala, questo è dovuto al fatto che una scala appoggiata a un muro forma un triangolo (muro, pavimento, scala inclinata), ed il triangolo è il simbolo di Dio, e dunque passare dentro al triangolo porterebbe sfortuna perchè significherebbe voler accedere alla condizione divina ed entrare nello spazio di Dio. E' evidente, dunque, come ogni scaramanzia non è altro che un retaggio di antiche credenze popolari, spessissimo di derivazione religiosa, che sono però fondate su un senso logico e spiegabile.

Ad ulteriore dimostrazione della natura antica delle scaramanzie, anticiperò il fatto che su un cibo "recente" come il pomodoro, che è stato importato dall'america solo dopo il viaggio di Cristoforo Colombo (prima del 1492 in Europa non esisteva), non esiste nessuna superstizione, come invece ne esistono da sempre su quasi tutti gli altri cibi (aglio, uova, cipolla, uva, lenticchie…).

La cultura che più ci ha tramandato e spiegato le supertizioni e le scaramanzie alimentari, è quella della tradizione contadina italiana, che essendo fortemente basata sulla produzione agricola e sull'allevamento, e non avendo avuto occasione di dedicarsi a studi culturali, è stato l'humus ideale affinchè si tramandassero di generazione in generazione le credenze popolari connesse con gli spettri della carestia e della morte, e i riti per esorcizzarli. Questa analisi storica ci mostrerà inoltre come il cibo è stato, già nella tradizione contadina, uno status-symbol importante, tanto che i testi storici ci riportano come anche solo a metà del secolo scorso, la domenica mattina, in occasione delle feste locali, le famiglie contadine ponevano gusci d'uovo, ossa e altri avanzi sulla finestra delle case, come ostentazione di una ipotetica cena abbondante che testimoniasse la salute e la ricchezza della famiglia che la abitava; in verità si trattava degli stessi avanzi di cibo, messi da parte per molti mesi, che ogni domenica facevano avanti e indietro sul davanzale della finestra, per costruire un'immagine solo apparente, destinata ai vicini di casa. Nell'approcciarci a questa ricostruzione storica e psicologica del rapporto tra il cibo, le scaramanzie e le superstizioni, procediamo dividendo i riti previsti, nella tradizione contadina italiana, in occasione degli eventi principali della vita (gravidanza, matrimonio, funerali, Natale, Capodanno, Pasaqua, ecc).



GRAVIDANZA
Appena nasceva un bambino, in nome delle superstizioni, e quindi per proteggerlo idealmente dal rischio della mortalità infantile (che un tempo era molto frequente) gliene venivano fatte letteralmente di tutti i colori. Appena nato gli veniva messo in boca qualche cristallo di sale grosso, nella convinzione che il sale allontana il maligno (perchè tradizione vuole che le streghe non potessero usarlo nelle loro pozioni e dovessero mangiare insipido), poi veniva preso dal padre e passato per tre volte sul fuoco acceso del caminetto, affinchè il fuoco lo proteggesse dalle future malattie, e quindi veniva messa la fuliggine dello stesso caminetto sotto la sua culla e sotto il suo cuscino, affinchè la cenere (come con l'incenso delle benedizioni religiose) lo consacrasse. E se il bambino si ammalava nei primi mesi di vita, il rito veniva ripetuto, usando però il forno al posto del caminetto: veniva inserito tre volte nel forno acceso, appoggiato sulla pala del pane. Il padre poi, sempre poco dopo la nascita, uccideva una rondine e gli estraeva il cuore che faceva succhiare al bambino, affinchè questo uccello libero, abituato a lasciare il nido e a volare presto, trasmettesse questi stessi valori al neonato. Lo stesso avveniva anche con il cuore del maiale o del bue e con i testicoli del gallo, per trasmettergli forza ed essere prolifico. Tutto ciò ovviamente, in nome delle concezioni animistiche secondo cui si interiorizzerebbero le caratteristiche dell'animale mangiato, esattamente come avviene, in ambito teologico, con l'ostia religiosa che infonde in chi la mangia, attraverso il corpo del messia, i suoi valori spirituali. Al momento della nascita anche la placenta era oggetto di un riutilizzo scaramantico; veniva fatta mangiare ad altre donne ritenute poco fertili, per renderle prolifiche, ma affinchè avesse questo effetto (si dice prodigioso), doveva essere cucinata dal padre del nascituro. Inoltre attraverso il cibo desiderato durante le "voglie" delle donne in cinta si sarebbe capito in anticipo il colore dei capelli nel nascituro; se la voglia era di vino rosso, sarebbe stato moro, se era di vino bianco, sarebbe nato biondo. Proseguendo in questo elenco di rituali singolari, ricordiamo che in caso di enuresi (cioè il fare la pipì a letto), si raccomandava di dare da mangiare al bambino un intingolo di topi domestici e terra di camposanto. Mentre se la madre non aveva latte per allattare (il che era considerato un intervento del maligno, prima che si scoprissero gli ormoni), allora era lei che doveva mettersi del sale sul petto, come anti-maleficio, e doveva osservare il divieto assoluto di bere nel bicchiere altrui e magiare nel piatto altrui, perchè si riteneva che l'invidia delle altre donne, trasmessa attraverso la saliva, gli potesse prosciugare il latte. Infine, doveva indossare "a rovescio" gli abiti del padre o del marito. Solo in ultima battuta veniva consigliato ciò che anche la scienza moderna conferemerebbe, cioè di nutrirsi di brodo, uova, latte, vino, pasta, fagioli, a conferma che la medicina ancora veniva solo dopo la scaramanzia, cioè che la convinzione che il demonio ci mettesse lo zampino prevaricava le già note cognizioni scientifiche e igenico-sanitarie. Il demonio infatti serviva come spiegazione razionale di ciò che ancora la scienza non era in grado di spiegare, evitando così di trovarsi senza spiegazioni davanti all'ignoto, che da sempre ha intimorito le popolazioni. Anche la condizione della donna ci viene spiegata attraverso le supertizioni: una donna che aveva appena partorito, era considerata impura e per questo non doveva assolutamente cucinare, e doveva mangiare in disparte e non a tavola, non poteva cambiarsi d'abito, nè pettinarsi, nè avere rapporti sessuali, nè partecipare al battesimo del figlio. Doveva essere addirittura portata portata in chiesa e benedetta per ri-purificarla e riaccettarla in famiglia. Questo non si basa più di tanto su motivi igenici, quanto piuttosto su un pretesto per sottolineare una volta di più il ruolo ancora marginale delle donne nella società pre-consumistica. Interessante anche il rito dell'IMPAIOLATA, cioè "ins la paia" (sulla paglia), una festa in cui la madre del nascituro doveva sedere su una sedia fatta di paglia (originariamente direttamente su un covone di paglia). Era in pratica un pranzo successivo al battesimo del neonato, in cui i parenti e vicini portano cibi in dono: capponi, uova, formaggi, vino, dolci, i più poveri portano del pane. Si mangiavano per tradizione delle minestre e dolci a base di uovo (simbolo di nascita e di trionfo sulla morte). Inoltre il "galateo" dell'epoca prevedeva che i regali fossero più ricchi per i figli maschi e minori per le femmine (4 capponi se maschio, 2 se femmina)

CORTEGGIAMENTO
Il tempo dell'innamoramento e del corteggiamento, sempre nella tradizione contadina italiana, era in tempo largamente dedicato al ricorso agli oracoli "alimentari", cioè al tentativo superstizioso di indovinare il volto, il nome e la serietà del futuro sposo, attraverso il ricorso a vari alimenti. Nella crommiomanzia per esempio si incideva il nome dell'amato su una cipolla; se questa germogliava significava che l'amato contraccambiava il sentimento. L'ovomanzia invece prevedeva di mettere fuori dalla finestra una bottiglia con acqua e un albume d'uovo: dalla forma dell'albume si sarebbe capita la professione del futuro marito. Oppure ancora si poteva mettere una mela nello scaldino (un contenitore con delle braci ardenti); se la mela scoppiava lui l'amava davvero, se la mela bruciava, no. Infine si poteva addirittura digiunare (o cenare solo con insalata scondita) per sognare il futuro marito. L'abitudine, poi divenuta dietetica, di mangiare cibo scondito, deriva dal fatto che la parola "condito" significa anche malconcio, e tale sarebbe stato il marito di ci si nutriva così. Anche i maschi avevano le loro pratiche scaramantiche: quando erano innamorati dovevano evitare di mangiano nelle pentole, altrimenti avrebbero sposato donne ammalate di pazzia. Molti dei riti del corteggiamento, non diversamente da oggi, erano connessi al cibo, anche allora il galateo prevedeva in pagare da bere alla ragazza, ma siccome questa non era ancora libera di uscire da sola, l'invito era esteso anche a tutta la sua famiglia, con un dispendio economico importante, che si protraeva praticamente fino alle nozze, visto che, pur in cambio della dote della fanciulla (e della sua mano...), il fidanzato doveva ottemperare ad una lunga e costosa sequenza di doni alimentari. Dal rito della Ligazza (con cui si ufficializzava il fidanzamento, passando dalla condizione di "filarino", cioè corteggiatore, a quella di "moroso"), fino alle nozze, il fidanzato doveva portare a casa di lei un numero sempre crescente di cesti di frutta fresca, frutta secca, caramelle, ciambelle, e durante la quaresima in particolare, le deve donare: 2 ciambelle la prima settimana, 4 la seconda, 6 la terza, 8 la quarta, 10 la quinta, 12 la sesta. In pratica una figlia che andava sposa era una bella notizia per tutta la famiglia. Anche il nuovo legame parentale tra le due famiglie era sancito da un pranzo, ma qui subentrava il vino, simbolo, fin dai tempi di Gesù, di un legame sacro: il rito del vino prevedeva che i genitori degli sposi bevessero dallo stesso bicchiere, per sancire la nuova parentela che andava formandosi.

NOZZE
L'arrivo delle nozze comportava una serie di pranzi ben più numerosi e ricchi di quelli odierni. La sequenza di pranzi nuziali (tutte a casa tranne una, all'osteria, con il fidanzato che invitava la fidanzata e le due rispettive madri), prevedeva infatti ben due diversi banchetti di nozze, il primo a casa della sposa (nel paese della sposa), e il secondo, la sera dello stesso giorno, a casa dello sposo. Il famoso riso che si lancia all'uscita dalla chiesa, ha ovviamente, anch'esso un signigicato e una storia precisa. Un tempo innanzitutto non si lanciavano chicci di riso (introdotti solo in tempi moderni), bensì nocciole, perchè la nocciola era il simbolo di fecondità per eccellenza, e venivano così regalati agli sposi; il fatto di lanciare il cibo (nocciole o riso che sia) offre un simbolo di riccheezza e di abbondanza (solo chi ha tanto cibo può permettersi di gettarlo via), ma ha anche un altro significato più importante, il lacio del seme (nocciola, riso) è il gesto che il contadino fa quando getta un seme nel suo campo, affinchè possa germogliare e riprodursi. Inizialmente il riso era il cibo utilizzato per il banchetto nuziale, nello specifico un risotto giallo, condito con le uova. Poi nel tempo, da cibo del banchetto, si è sostituito alle nocciole anche come cibo lanciato all'uscita della chiesa. Tutti sanno che non ci si sposa nè di martedì nè di venerdì. Ma perchè? Per quanto riguarda il martedì, perchè è il giorno dedicato a marte, dio della guerra e della discordia, che sarebbero seminate anche tra gli sposi. Mentre il venerdì perchè la tradizione vuole che fosse il giorno della passione di Gesù Crsito sulla croce. Al di là del riso, c'è da dire che i menù nuziali puntavano sulla quantità di cibo a discapito della qualità, per dare un'idea di opulenza beneaugurante, e i cibi immancabili erano, almeno nella tradizione emiliano-romagnola, i cappelletti, gli arrosti e tanti dolci. In altre zone geografiche ovviamente troviamo altri cibi, ma più o meno accomunati da significati simbolici simili. Prima del secondo banchetto, a casa dello sposo, il neo-suocero accoglieva la nuora fuori dalla casa, con un bicchiere di vino, simbolo della nuova parentela, mentre la madre dello sposo la accoglie sulle scale cedendole il mestolo da cucina, simbolo del cedere la funzione materna e di accudimento della casa e del figlio. Inoltre, durante questo secondo banchetto si versava per terra del vino, e come un oralcolo si riteneva che la direzione del rivolo di vino pronosticasse il sesso del figlio; se andava verso nord sarebbe nato maschio, al contrario se andava verso sud sarebbe stata una femmina. Un'altra superstizione vuole che la seggiola destinata alla sposa in questo secondo pranzo di nozze, dovesse essere in realtà un sacco di farina, per augurare fertilità ai campi da coltivare. Una nota di colore riporta che le posate, i piatti e le stoviglie, che sarebbero state troppo numerose per una sola famiglia, venissero prese a prestito per i banchetti di nozze, dai contadini vicini, e che poco dopo le nozze si realizzasse il rito del rivoltaglio, cioè un temporaneo ritorno della sposa alla casa d'origine, per far metabolizzare il "lutto" della sua assenza alla sua famiglia. Anche la collocazione dell'anello nuziale ha un significato specifico: il dito anulare sinistro infatti, ha una particolarità unica rispetto a tutte le altre dita: è l'unico dito che contiene una vena che, senza raccordi intermedi, origina direttamente dal cuore, una particolarità anatomica che lo ha reso il simbolo e dunque il destinatario dell'unione romantica

RITI FUNEBRI
Il cibo più strettamente correlato alla morte è il pane, che, in quanto simbolo della vita, è sempre stato usato come amuleto contro la morte. Una antichissima superstizione imponeva che in casa non mancasse mai, anche di notte, per la sua funzione di talismano contro le forse maligne e la sfortuna, ma sopratutto per averlo a disposizione nel caso che qualcuno necessitasse improvvisamente di estrema unzione. L'usanza voleva altresì che la prima cosa che si faceva dopo la morte di qualcuno era di mettersi a fare il pane, sia come "dazio" per l'aldilà, che accompagni il defunto nel suo viaggi finale (già gli antichi egiziani ponevano nelle tombe, accanto alle mummie, del cibo), sia come rito di protezione per i parenti, però a prepararlo e a cuocerlo non dovevano essere i parenti del defunto, considerati impuri in quanto contaminati dalla morte che ha colpito la loro famiglia, ma altri vicini di casa o amici. Le cronache antiche riportano qualcosa che oggi ci è difficile immaginare, e cioè che durante la veglia funebre venivano organizzati giochi, banchetti con tantissimo cibo, balli rituali, a volte perfino riti sessuali orgiastici (di origine pagana), cioè tutta una serie di comportamenti allegri mirati ad esorcizzare la morte e riaffermare la continuità della vita. Il pranzo funebre, consumato in presenza del defunto, per il quale si apparecchiava anche un un posto a tavola e a cui si servivano le pietanze come se fosse vivo, era composto rigorosamente da maltagliati o manfregoli (a forma di semi, come simbolo di rinascita), e le fave (poi denominate "fave dei morti"), era un'occasione per festeggiare l'unione dei sopravvissuti alla morte. Alla fine del pasto il cibo destinato al defunto veniva donato al becchino o gettato dalla finestra insieme alle sue stoviglie. A proposito di fave, la loro storia di cibo di morti è molto antica: gli antichi egizi pensavano che contenessero le anime dei morti (forse perchè sono mature nel mese dei morti), e gli egizi non potevano nè guardale nè toccarle, proprio come forma di rispetto per le anime dei loro defunti.

Riti invernali (natale, capodanno, epifania)
Le 12 notti che separano il giorno di Natala dalla festa dell'Epifania, nell'antichità (ben prima dell'avvento del cristianesimo) erano denominate "dodekameron", cioè 12 giorni necessari a far coincidere il calendario solare con quello lunare. Erano considerati dei giorni fuori dal tempo normale, perchè non appartengono né al vecchio anno, né al nuovo, bensì ad un tempo magico svincolato dalle regole normali e morali, durante i quali era permesso l'ingresso degli inferi (e quindi dei morti) nella quotidianità dei vivi. Per questo è naturale che attirassero un'enormità di paure e dunque anche di superstizioni. Premettiamo che quando parliamo di ritorno dei morti non parliamo solo delle forze del male, ma al contrario dei defunti di famiglia, che potevano tornare a far visita (gradita) ai parenti. In questo periodo dunque, come pure all'inizio di novembre in cui ricorre la festa dei defunti, aveva luogo una specie di dialogo rituale con i defunti, che nella tradizione contadina erano considerati un'emanazione dei semi piantati nei campi coltivati, tanto da pregarli come numi tutelari delle coltivazioni stesse. D'altronde l'analogia si spiega da sè, sia i semi che i defunti erano affidati alla nuda terra affinchè ne potesse nascere una vita nuova.
Va ricordato che tutte le feste natalizie esistevano già prima dell'avvento di Gesù, e corrispondevano alla festa pagana della nascita del sole, che cadeva proprio il 25 dicembre, tanto che è oggi condiviso dagli storici che il cristianesimo, nell'istituire le proprio festività, si è in sostanza sovrapposto alle date e alle feste pre-cristiane che già esistevano nella tradizione pagana, aggiungendovi però significati diversi (pur senza abolire quelli precedenti): la festa pagana della nascita del sole dunque diventa la festa della nascita cristiana della nascita di Gesù. Questa "cristianizzazione" di feste e riti precedenti è peraltro molto frequente.

NATALE
Una antica nota storica ci insegna tanto per cominciare che i regali di Natale, un tempo non erano affatto un gesto spontaneo o d'affetto, bensì erano delle tasse. Si chiamavano regalie: i contadini erano obbligati a donare il cibo da loro coltivato e raccolto al padrone del terreno, come fosse una specie di pagamento dell'affitto del terreno. Ma ci si approcciava alla fine dell'anno solare e dunque bisognava rispettare la superstizione imitativa che voleva che quello che si faceva e che si mangiava negli ultimi giorni dell'anno precedente, si sarebbe protratto durante tutti i giorni dell'anno seguente. In realtà questo era solo un adattamento della credenza precedente che voleva che, visto che come abbiamo ricordato, nelle 12 notti del dodekameron si pensava che i prorpi cari estinti tornassero a fare visita nelle case, il fatto di "fingere" di mangiare tanto e bene in quei giorni, convincesse le anime dei morti che in quella casa regnava il benessere, la serenità e la salute, accattivandosi i loro favori nel proteggere le coltivazioni da cui poi dipendeva il reale benessere della famiglia nell'anno successivo. Per lo stesso motivo, in quei giorni (come in occasione della festa dei morti il 2 novembre), si apparecchiava anche per i proprio defunti, per accoglierli come ospiti graditi, gli si lasciava il letto preparato, e si parlava molto e bene di loro; inoltre si accantonavano i normali dissapori e litigi per fingere, agli occhi dei cari estinti, una pace domestica e una serenità che avrebbe appunto reso grati le anime dei defunti giunti in visita. I cibi classici della festa di Natale sono natuaralmente i cappelletti o tortellini, sui cui nomi e forme esistono molte credenze. Il cappelletto deriverebbe dalla forma del cappello dei preti, noti per la loro ingordigia alimentare (da cui il modo di dire "il boccone del prete"), mentre il tortellino da un lato sarebbe la ricostruzione morfologica dell'ombelico di venere, dall'altro, proprio perchè originano da un ombelico, starebbe a rappresentare il cordone ombelicale (di cui l'ombelico è il segno) che lega l'uomo con la fertilità della terra. Tra le infinite superstizioni che ruotano attorno ai tortellini citiamo quella secondo la quale, mentre i tortellini stavano bollendo nel brodo il giorno di Natale, bisognava andare a potare l'uva che si sarebbe mangiato a capodanno come rito propizioatorio. Un'ultima nota davvero interessante sulla tradizione gastronomica connessa al Nalate nell'antichità ci riporta, dagli antichi manoscritti della tradizione contadina, l'esisetenza di un cosidetto "pane di natale", che corrisponde in tutto e per tutto, all'attuale panettone: la ricetta prevedeva l'uso di tutta una serie di cibi simbolici che rappresentassero la morte e la rinascita: le uova, l'uva secca, le mandorle, la mela, il latte, la frutta candita. Oltre naturalmente ai leganti di base, strutto, farina, zucchero. Quello che ci interessa non è comprendere quando o dove nasce la ricetta del famoso panettone, ma evidenziare che la sua ricetta è fortemente simbolica e radicata, nella scelta degli ingredienti, al dualismo tra morte e rinascita.

CAPODANNO
Anche il capodanno è la prosecuzione di una antichissima festa pagana, come testimonia la tradizione del brindisi, dove l'uva e il vino erano usati nei riti propiziatori per la nuova vendemmia. E lo stesso dicasi per la superstizione delle lenticchie, che se mangiate a capodanno porterebbero denari, e degli acini d'uva, in numero rigorosamente dispari, anch'essa connessa ai riti propiziatori per la vendemmia successiva. Altre superstizioni (acora molto usate) imponevano che il primo a solcare la porta di una casa nell'anno nuovo dovesse essere per forza un uomo, come auspicio di fertilità e dunque futuri figli maschi, sempre molto valorizzati nella tradizione del proletariato contadino. Anche i rimedi per il giorno dopo il capodanno, e dunque per le sbronze alcoliche, erano interessanti: si spaziava dal mangiare 7 noccioli di pesca, al bere il sangue d'anguilla. La minestra per eccellenza del capodanno erano gli gnocchi (che venivano chiamati anche maccheroni), cioè la stessa pasta che si cucinava quando nasceva un figlio maschio, creando un'evidente analogia tra il nascituro e l'anno nuovo, che appunto nasceva.

EPIFANIA (solstizio d'inverno)
La festa dell'epifania (cioè della befana, ovvero della "donna più anziana"), deriva da un antico rito pagano in cui la donna più anziana della famiglia o dell'intera comunità, la sera del 5 gennaio doveva preparare la cena, perché era la più vicina ai defunti, numi protettori della casa che avrebbero portato doni. La "befana" era dunque un punto di raccordo tra i vivi e i morti. In questa occasione i giovani fidanzati si dovevano donare reciprocamente delle castagne, come simbolo di fesrtilità femminile e di virilità maschile, e già nell'antichità esisteva l'usanza del rito delle "pasquelle", poi cristianizzato attraverso l'immagine dei Re Magi che portano i doni a Gesù: si trattava dell'usanza per cui i bambini suonavano e cantavano strofe augurali alle porte delle case, per ricevere in cambio dei dolci o altri cibi. Si vede dunque l'analogia con il rito moderno della "calza" della befana che porta doni ai bambini, in forma di dolciumi. La quantità di cibi che venivano consumati e donati durante tutto il periodo che va da Natale fino a Carnevale, era nell'antichità dovuto al fatto che, col sopraggiungere dell'inverno durante il quale i contadini dovevano restare in casa in attesa di poter tornare al lavoro nei campi in primavera, e con la necessità dunque di continuare ad alimentarsi in assenza di cibi freschi provenienti dai raccolti e con un fabbisogno moltiplicato dal freddo, si procedeva all'uccisione degli animali da allevamento, in particolare il maiale, che con la sua carne ricca di grassi e di proteine, garantiva una scorta di energie per il periodo invernale. Il maiale non a caso costituisce la base lipidica e proteica dei cibi tipicamente natalizi, che sono tutti eredità della tradizione contadina (zampone, cotechino, cappello del prete, torlellini, ecc). Il maiale era un animale talmente importante per la sussitenza di tutta la comuntià che si celebrava anche una festa a lui dedicata, denominata le "nozze del porco", festeggiata nel giorno del 17 gennaio, in occasione della festa di S.Antonio Abate (infatti raffigurato nell'iconografia sacra insime ad un maiale); festa che consisteva in una uccisione collettiva di alcuni maiali allevati dall'intera comunità e poi suddivisi tra tutti. Il motivo dell'allevamento collettivo (cioè condiviso tra varie famiglie) non era solo per garantire a tutte le famiglie di avere una forma di sussustenza alimentare, ma soprattutto per suddividere il senso di colpa per l'uccisione di un animale che i popoli antichi consideravano al pari degli attuali animali domestici.

CARNEVALE
La parola carnevale evidenzia fin dalla sua etimologia la sua origine alimentare: significa infatti "carnem - levare", cioè "prendere la carne", perchè veniva subito dopo l'uccisione del maiale e degli altri animali, nel periodo dell'anno dedicato alla preparazioni degli insaccati di carne, e quindi nel momento dell'anno in cui la disponibilità di carni fresche era massima. Cadeva nel momento dell'antico "capodanno di primavera" pre-cristiano (perchè un tempo i mesi di gennaio e febbraio non esistevano sul calendario). Questa grande disponibilità di carne faceva tendere a festeggiamenti orgiastici per ringraziare e santificare le divinità pagane che avevano protetto la comunità, che corrispondevano come ho già spiegato ai proprio defunti di famiglia. E' proprio da questo che derivano anche le famose "maschere di carnevale", che rappresentano il ritorno dei morti (dei defunti di famiglia che venivano a trovare i vivi, e che agivano come numi tutelari protettori della casa, dei campi coltivati e degli allevamenti). La superstizione entra nel rito del carnevale attraverso la storia delle numerosissime maschere del carnevale, ma anche attraverso i riti del martedì e del giovedì "grasso", originati dal fatto che l'antica superstizione imponeva, in quei due giorni, di mangiare 7 volte, per poter poi resistere al digiuno del successivo periodo di quaresima che introduceva alla Pasqua.

QUARESIMA
Durante il periodo di quaresima, votato al digiuno prurificatore, una antica superstizione (fondata su una credenza popolare), voleva che alle ragazze che mangiavano solo insalata (in particolare il radicchio), sarebbe cresciuto il seno. Esiste dunque una curiosa e incomprensibile origine antica dello streoo rapporto tra la femminità e il digiuno, in cui la finalità estetica sembra predominante sulla razionalità. Il valore del digiuno quaresimale sembra derivare da una necessità igenico-sanitaria, per purificare cioè il corpo dopo il periodo degli eccessi del carnevale e dell'inverno, in cui, come detto, l'abbondanza di carne e la necessità di proteggersi dal freddo e dalle malattie, spingeva all'iperconsumo di cibi grassi.

PASQUA
In origine, nell'antichità, ben prima dell'avvento di Gesù Cristo, nel periodo della Pasqua si festeggiava una festa pagana fondata sul mito agreste del Dio Attis, una divinità della vegetazione, che in quel priodo dell'anno veniva festeggiato come l'artefice del miracolo del risveglio della natura dopo la "morte" invernale. Il mito della resurrezione di Cristo dunque sembra aver saputo riattualizzare, umanizzandola, una precedente festività pagana dedivata alla primavera e alla resurrezione dei campi. Il cibo simbolo della pasqua sono le uova, ve venivano già usate nelle feste pagane, colorate di rosso, e delle quali già si bruciavano i gusci. Abitudine questa che deriva dal fatto che si temeva che le streghe potessero usare tali gusci per le loro ricette malefiche. Anche l'acqua di cottura delle uova andava sparsa nell'orto o buttata nelle siepi, per lo stesso motivo. Anche le ricette pasquali ruotano attorno al mito dell'uovo, simbolo per eccellenza della rinascita (dei campi prima, e di Gesù Cristo poi): dai passatelli (minestra a base d'uovo), ai dolci a forma di colomba, che è un altro tipico simbolo della primavera, a conferma dell'origine agreste pre-cristiana di questa festività.

TUTTI I SANTI e GIORNO DEI MORTI
Si tratta dell'antico capodanno celtico, il cosidetto "simuin", da cui deriva la festa di Halloween festeggiata in inghilterra e oggi esportata, in modo un pò storipiato, in tutto il mondo. Siccome la antica festa pagana dei morti era ancora molto sentita dalle popolazioni, assai facile alle credenze popolari (specialmente in materia di defunti), dal 2 novembre del 998 d.C., quindi circa un millennio fa, la Chiesa Cattolica dovette istituire questa festa, per integrarla tra i proprio riti, farla propria, e poter indirizzare il corso delle fobie collettive ed esorcizzarle. Come già descritto per il periodo del dodekameron natalizio, anche in questo perido, a partire dalla convizione che i morti di famiglia tornassero temporaneamente a fare visita ai propri parenti ancora in vita, si preparavano per loro i letti di casa, si apparecchiava per loro e gli si serviva il pasto, di parlava con loro (origine di tante preghiere moderne e di tante invocazioni ai propri cari, non ultima la richiesta di numeri fortunati al lotto).


Anche l'antico galateo della tavola rivela, ad un'analisi storica, delle sfaccettature inattese: ad esempio va ricordato che fino al '600 la mano sinistra era vietata a tavola, non la si poteva usare per nessun uso, tanto che la forchetta (che si maneggia appunto con la sinistra), venne introdotta solo nel '600. Questo perchè la mano destra (ritenuto il lato di Dio), era destinata al cibo, mentre quella sinistra (ritenuto il lato del Diavolo), era riservata all'igiene intima. Un fatto importante, vista la assoluta scarsità d'igiene dei tempi antichi, che ci spiega dunque l'origine igienico-sanitaria di questa e di molte altre pagine dell'antico galateo. Il lato del diavolo dunque (quello dietro al quale ancora oggi getta il sale versato), altro non era che il versante dell'igiene intima, implicato nel contatto impuro con la sessualità e la sporcizia delle pudenda. Era altresì proibito guardare negli occhi o nel piatto un commensale più anziano o di casta superiore, e nel caso di un re o di un principe, era assolutamente vietato anche solo presenziare al suo pasto o al suo semplice abbeverarsi; questo per due motivi: da un lato perchè il mangiare e il bere sono gesti ritenuti vili e troppo umani, che hanno a che fare con gli appetiti quotidiani, che rischiano di ridurre l'origine "divina" dei regnanti, inoltre, come accade nel regno animale (ad esempio i cani, che non possono guardare il capo-branco mentre mangia), questo serviva a evidenziare le gerarchie a tavola.

Scorrendo poi le tradizioni popolari delle varie parti d'Italia, si trovano moltissimi altri esempi di usi scaramantici, oracolari, o perfino esorcistici del cibo. Scorriamone insieme alcuni, suddivisi in base al cibo a cui fanno riferimento:

Acqua
Nell'antichità era usata, gelata o bollente, nel rito della "ordalia", in cui un tribunale speciale emetteva un giudizio di innocenza o di colpevolezza basandosi sul fatto (assai poco giuridico), che il condannato sopravvivesse o meno ad un'immersione (prolungata) in una vasca d'acqua bollente oppure ghiacciata.

cipolla
1) Una famosissima superstizione vuole protegga dai demoni e che favorisca la guarigione dei malati, ma pochi sanno che affinchè questo possa avere effetto (almeno secondo le antich convizioni popolari), la cipolla deve essere posta fuori dalla finestra di casa, e tagliata in due parti uguali.
2) La crommiomanzia consiste in un oracolo d'amore ancora in uso in certe campagne del nord italia, secondo cui se una ragazza incide il nome dell'uomo amato su una cipolla, e se questa poi germoglia, significa che anche lui ricambia l'amore.
3) se si vuole conoscere in anticipo il clima dell'anno nuovo, il giorno del 24 gennaio bisogna mettere 12 spicchi di cipolla con sopra del sale fuori dalla finestra, uno di seguito all'altro. Ognuno rappresenta un mese dell'anno entrante, e dal loro aspetto e colore, da come assorbono il sale, ecc, si dice che si possa comprendere il meteo dei rispettivi mesi.

digiuno
In Cina i magistrati digiunavano prima di emettere la sentenza di un provesso per vedere in sogno il colpevole.

gallo
Se si guarda in cime a molti ai campanili cristiani, si trova l'immagine di un gallo: serve a richiamare alla memoria il rinnegamento di Pietro verso Gesù ("mi rinnegherai 3 volte prime che canti il gallo" gli preannunciò Gesù prima della morte), come richiamo alla vigilanza divina e come monito a non tradire i valori del cristianesimo.

latte
1) Da sempre considerato un alimento benedetto e protettivo, nei testi biblici la terra promessa (ma anche il Paradiso) è presentato come fiume di latte, simbolo ovviamente di un ritrovato rapporto con la madre. Anche la via lattea degli astronomi, vuole un'antica leggenda greca, che debba derivare in realtà da uno spruzzo di latter della dea greca Giunione.
2) Siccome si crede che annulli ogni magia negativa, una superstizione vuole che si debba lasciare un bicchiere di latte in casa, anche di notte.

mandorla/nocciola
Essendo il simbolo della rinascita e della primavera (l'albero di mandorla è il primo a fiorire in primavera), una superstizione vuole che se una fanciulla si addormentata sotto mandorlo, resterà in cinta.

Pane
1) la superstizione che vuole che porti male buttare via il pane, trova origine nella preghiera del Padre Nostro, per cui sarebbe offensivo verso Dio gettare (e quindi rifiutare) il "pane quotidiano" che Lui ci dona.
2) la superstizione invece secondo cui il pane non deve mai essere rovesciato (messo a testa in giù) ha un'origine molto complessa: nel medioevo, la paura collettiva della morte aveva creato la proibizione assoluta di toccare qualsiasi cosa che avesse avuto a che fare con i cadaveri. Si trattava anche di una tutela igenico-sanitaria. Per questo motivo al mestiere del boia era una vita molto isolata dal resto della comunità, non potendo in pratica avere contatti con nessuno. E per lo stesso motivo gli oggetti e cibi destinati al boia non dovevano entrare in contatto con quelli altui. I loro abiti venivano lavati a parte ed anche i loro cibi venivano preparati a parte. In materia di pane, i fornai avevano inventato un sistema facile per rendere riconoscibile il pane destinato al boia, così che anche nel forno di cottura, non entrasse in contatto con quello altrui. Questo sistema consisteva nel girare il pane a testa in giù, rovesciandolo. Per questo veniva chiamato il "pane del boia", ed ancora oggi il pane rovesciato si porta dietro questo triste presagio di morte.

sale
1) E' notoriamente considerato di cattivo auspicio il fatto di versarlo a tavola perchè si crede che lo fece Giuda prima di tradire Gesù, durante l'ultima cena. Anche molti pittori, tra cui Leonardo da Vinci nel Cenacolo, ritraggono infatti il personaggio di Giuda intento a baciare Gesù mentre fa cadere con un gomito un contenitore di sale sulla tavola.
2) Se però il sale è già caduto, un'altra superstizione prevede che si possa annullare il suo effetto malefico gettandolo dietro la spalla sinistra (quella del diavolo), per accecare il diavolo.
3) un'altra superstizione consiglia di portarlo in tasca per protezione dai pericoli, o meglio ancora, di lavavrci i vestiti.

uovo
una superstizione vuole che se contiene 2 tuorli annuncia un decesso

Usi magici del corpo umano e delle sue parti
Sangue mestruale: spalmato per curare gotta, fuoco sacro, acne
Sangue dei gladiatori: bevuto contro l'epilessia
Mano di morto (ucciso): per contatto, contro orecchioni e gozzo
capelli di impiccato: contro il cancro
Saliva di donna digiuna: conto lacrimazione e occhi infiammati

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